Ogni volta che vedi Bob Dylan è come se fosse la prima: la recensione del concerto di Milano

Ogni volta che vedi Bob Dylan è come se fosse la prima: la recensione del concerto di Milano

“Scusi, ma l’ultima canzone cos’era? Mi sembrava di avere riconosciuto ‘Hurricane’…”, mi chiede gentilmente un ragazzo. Il concerto milanese di Bob Dylan, ultima data del mini tour italiano iniziato a Roma la scorsa setttiamana, è appena terminato con una spettacolare versione di “Ballad of a thin man”, e siamo sotto la pioggia, all’esterno del Teatro degli Arcimboldi. “Stasera era in palla”, mi dice poco dopo un conoscente, che ha visto Dylan più volte di me, e che ha fatto centinaia di chilometri per vederlo di nuovo.

Le reazioni ai suoi concerti sono spesso estreme: c’è chi l’ha visto una volta cercando il mito, non l’ha trovato, e ha smesso per sempre di andare ai suoi show. E c’è chi lo segue imperterrito, anche nei suoi comportamenti più estremi. In mezzo, gli spettatori normali: sanno che può essere un concerto diverso, spiazzante, però è sempre Dylan.
Ma un concerto di Dylan non si può giudicare usando i parametri applicabili ad un artista normale. Dylan non è un artista normale.  
Gli aneddoti sui suoi show si sprecano, e anche io ho i miei, a partire da quella volta al Forum in cui tenne le luci accese puntate sul pubblico dalla prima all’ultima canzone, indispettito da un non meglio specificato comportamento delle prime file. 
Stasera non è solo in palla, è imperterrito e imperturbabile. Insomma, è Dylan.

Sono le 20.59 quando la sua band sale sul palco, adornato da un lungo drappo rosso sullo sfondo, e pochi fari appesi al soffitto. Mentre le luci si spengono, c’è ancora gente che sta entrando e sta andando a sedersi; ma Dylan inizia in anticipo, come se nulla fosse. E come se nulla fosse andrà avanti quando in un paio di canzoni l’amplificazione salta a ripetizione, per esempio rovinando una stupenda "Tryin' to get to heaven”. 
Quando la band attacca "Duquesne whistle”, si alza dal piano dietro cui si nasconde, come sempre, per quasi tutta la serata. Si avvicina a centro palco, prende il microfono,  poi torna indietro, verso il piano. Tornerà in piedi raramente, solo per fare il crooner, come su "Melancholy mood” e “Autumn leaves”. Quell’indecisione tra lo stare seduto o in piedi prima di "Duquesne whistle” è una delle poche titubanze della serata, assieme all’inizio. Nelle prime due canzoni i membri della band sembrano andare ognuno per conto proprio, il suono - già non spettacolare, agli Arcimboldi - è quasi cacofonico. Poi, da "Highway 61 revisited”, le cose vanno a posto. Alla quarta canzone, "Simple twist of fate”, arrivano i brividi: esecuzione perfetta, delicata ed emozionante per uno dei brani più belli di “Blood on the tracks”. Poco dopo riporterà tutto a casa stravolgendo, “Tangled up in blue”: l’altro capolavoro dallo stesso disco viene resa sincopata, incantabile. 

Ma chiedere a Dylan di non stravolgere i brani è come chiedere a Springsteen di fare concerti brevi. E ciò nonostante, il pubblico in sala si esalta quando riconosce una frase, a partire dall’attacco di "Don't think twice, it's all right”, o di "Desolation row”.  Chi pensa di essere ad un concerto normale - “ehi, sono di fronte ad un mito!”-  continua a scattare foto e girare video a ripetizione: ma la security, molto aggressiva, si avventa sistematicamente su ogni spettatore che alza il telefonino. Di fronte a me un uomo si fa quasi buttare fuori dalla sala, dopo tre richiami in breve tempo.

Alla fine capisci che non è la solita posa antitecnologica di artisti e commentatori. E’ semplicemente una scelta in linea con lo show.
Un concerto di Dylan costringe a mollare gli ormeggi, ad abbandonare ogni aspettativa, a lasciarsi andare al flusso della musica, del suono di quella voce, indipendentemente dalla riconoscibilità delle parole che canta. E se Dylan è in palla, offre uno show unico, una lezione di storia della musica - non della sua musica, ma proprio della canzone americana tout-court.

Lo show si conclude con due bis: “Blowin’ in the wind”, completamente rivisitata, e una “Ballad of a thin man” furiosa e devastante, con quel verso, “Something is happening here but you don't know what it is, do you, Mr. Jones?”, pronunciato forte. 

Un breve inchino, un saluto fugace. Dylan e band si ritirano dietro il drappo rosso. Qualche istante a luci spente, qualcuno spera in un improbabile ritorno sul palco. Le luci si accendono, e usciamo verso la pioggia della periferia milanese.
Non cambia mai scaletta, stravolge le canzoni, non interagisce con il pubblico fa le cose a modo suo. Lo puoi anche sapere, lo puoi avere visto decine di volte, ma ogni volta che vai ad un concerto di Dylan, è come fosse la prima. Esci, e semplicemente ringrazi che esista un Artista che ogni volta ti sfida a mettere in discussione tutto ciò che pensi o che dai per scontato.

(Gianni Sibilla)


SCALETTA:
Things Have Changed
Don't Think Twice, It's All Right
Highway 61 Revisited
Simple Twist of Fate
Duquesne Whistle
Melancholy Mood
Honest With Me
Tryin' to Get to Heaven
Once Upon a Time
Pay in Blood
Tangled Up In Blue
Early Roman Kings
Desolation Row
Love Sick
Autumn Leaves
Thunder on the Mountain
Soon After Midnight
Long and Wasted Years

BIS:
Blowin' in the wind
Ballad of a thin man

Dall'archivio di Rockol - La storia di “The freewheelin’ Bob Dylan” di Bob Dylan
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