“Jimi Hendrix Revolution”, parla Phil Palmer – INTERVISTA

“Jimi Hendrix Revolution”, parla Phil Palmer – INTERVISTA

Ha suonato con Eric Clapton, Bob Dylan, Tina Turner, Joan Armatrading, Roger Daltrey, Iggy Pop. Trovate il suo nome anche nei dischi di Lucio Battisti, Claudio Baglioni, Renato Zero. È stato in tour con Pete Townshend e con gli ultimi Dire Straits. È un amante della Stratocaster che ha omaggiato nell’evento all star del 2004 Strat Pack ed è direttore musicale del progetto Dire Straits Legacy. E da giovane, vide Jimi Hendrix suonare alla Royal Albert Hall. Phil Palmer sarà ospite di “Jimi Hendrix Revolution: La religione elettrica”, serata tributo al chitarrista di Seattle con musica, pittura e narrativa che si terrà il 23 marzo al Teatro della Luna di Milano (ancora non si sa quali pezzi suonerà). Gli abbiamo chiesto di parlarci del suo rapporto con Hendrix e dell’album postumo “Both sides of the sky”.

Ricordi il primo contatto con la musica di Jimi?
Ero molto giovane quando lo vidi suonare alla Royal Albert Hall di Londra. Era il 1967, avrà suonato una ventina di minuti, prima c’erano i Move e altre band. Ricordo il suono che usciva dalla sua chitarra elettrico: mai sentito prima. Il volume era molto alto, gli impianti d’amplificazione stavano diventando potenti. Fu l’inizio del mio viaggio nella musica.

Fu importante per farti decidere di suonare la chitarra elettrica?
La stavo già suonando, ma non avevo mai sentito una cosa del genere. Non ero l’unico: erano tutti scioccati dal modo in cui suonava. Immagina un ragazzo di 15 anni come me che non aveva idea di come facesse Jimi a cavare fuori quel suono.

Secondo Waddy Wachtel, che ha mimato quel suono nella colonna sonora di “Jimi: All is by my side”, il segreto non stava solo nella Statocaster, nell’ampli Marshall, nei pedali, ma anche nelle mani. Che ne pensi? In fondo è quel che dicono di molti chitarristi che hanno un sound personale, tra cui Mark Knopfler.
Credo sia vero. Ma penso anche che abbia giocato un ruolo anche il fatto che suonasse la chitarra al contrario, mettendola sottosopra perché era mancino. Questa cosa influenza le meccaniche dello strumento, che sono fondamentali. In quanto a Mark, è vero che ha un suono suo, ma a differenza di Hendrix non l’ha inventato lui.

Pensi che l’Hendrix autore sia stato messo in ombra dall’Hendrix strumentista?
Credo che le due cose siano strettamente legate: il modo in cui scriveva era dettato dal modo in cui suonava. Una cosa che non sempre viene notata è che il suono di Jimi non era solo pura potenza, sapeva anche essere molto pulito.

Tu sei un session man e anche Jimi lo è stato prima di diventare famoso…
Fare il session man è una meravigliosa palestra, è un gran modo per affinare lo stile e migliorare la tecnica. Quando trovò la sua “voce”, lui diventò Jimi Hendrix. A me è successo qualcosa di simile.

Che ne pensi di “Both sides of the sky”?
Puoi respirare l’atmosfera che c’era in sala d’incisione e renderti conto che anche quando jammava Jimi aveva quel magnifico suono. Ecco, è questa la cosa che più mi ha impressionato: ho capito che le grandi creazioni di Hendrix venivano fuori da semplici jam in studio.

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