NEWS   |   Pop/Rock / 26/02/2018

Moby vuole essere salvato: il nuovo album “Everything was beautiful, and nothing hurt”, tra fede e vulnerabilità – INTERVISTA e VIDEO

Moby vuole essere salvato: il nuovo album “Everything was beautiful, and nothing hurt”, tra fede e vulnerabilità – INTERVISTA e VIDEO

Abbiamo bisogno di essere salvati, dice Moby nel suo nuovo album. Nel disco del 2016 “These systems are failing”, un assalto alle orecchie a base di post punk e new wave, il musicista di “Play” sembrava trarre energia dalla musica che aveva ascoltato nella stagione più caotica e vitale della sua esistenza. Oggi torna a uno stile più soft ed evocativo. Il disco s’intitola “Everything was beautiful, and nothing hurt”, Moby l’ha confezionato in perfetta solitudine, voce femminili a parte, usando gospel, elettronica, pop e folk per raccontare da un punto di vista personale la cupezza di questi tempi e il sollievo offerto dal prossimo, dalla natura, da Dio. Lo presenterà nel corso di pochi concerti a Los Angeles e New York in marzo, per poi dedicarsi al progetto successivo, una serata in ottobre con la L.A. Philarmonic e probabilmente un disco orchestrale. Nel maggio 2019 Moby pubblicherà un nuovo libro autobiografico, che conterrà sia il prequel che il sequel del magnifico “Porcelain. Storia della mia vita”.

Niente rock, questa volta?
Per risponderti devo porre una domanda più ampia: perché mai un uomo di 52 anni continua a pubblicare dischi in un’epoca in cui nessuno li compra più? Lo faccio perché mi piace l’idea di album e perché gli album racchiudono mondi. Saltare da uno stile all’altro mi serve per creare questi mondi, per evocare questi panorami emotivi.

Hai detto che tutte le canzoni del disco sono imperfette, nel senso che manca loro qualcosa. Perché?
Sai, ho letto una cosa sui tessitori degli antichi tappeti turchi e persiani. Erano arrivati a un tale livello di bravura da inserire volutamente delle imperfezioni nelle loro creazioni, perché erano convinti che la perfezione appartenesse solo a Dio. E poi amo il wabi-sabi giapponese, l’idea secondo cui l’imperfezione è più umana e interessante della perfezione. Non che io riesca a produrre musica impeccabile, però mi piace l’idea che introdurre volutamente piccole mancanze, come eliminare una linea di basso, renda il mio lavoro più accessibile. Permette all’ascoltatore di entrare in connessione con queste canzoni attraverso la sua e la loro vulnerabilità.

Ecco, la vulnerabilità. Mi sembra uno dei tratti comuni a queste canzoni, che suonano decisamente personali, laddove quelle del 2016 avevano uno spirito combattivo e allargavano lo sguardo alla collettività…
I sistemi politici sono creazioni umane, perciò m’interessa comprendere chi siamo come individui e collettivamente come specie. Siamo una strana combinazione di paure e rabbia alla cui base c’è proprio la vulnerabilità. Ho la convinzione naif che per provocare un cambiamento a livello politico dobbiamo cambiare le cose a livello umano.

Nel disco questa cosa si traduce in una serie di pezzi dall’immaginario piuttosto cupo, da cui emerge occasionalmente una luce di speranza.
Viviamo in tempi bui. Quel che ci definisce in questo periodo storico sono cupezza e pessimismo, eppure mi imbatto continuamente in prove di gentilezza e speranza. Sono elementi costantemente in tensione. La sensazione di catastrofe incombente non riesce a cancellare il bisogno di bellezza e amore.

Da qualche parte, sul tuo profilo Facebook, ho letto una frase pronunciata da Martin Luther King [scritta in origine dall’abolizionista Theodore Parker]: “L’arco dell’universo morale è lungo, ma tende verso la giustizia”. Ti consideri ottimista?
Abbiamo superato tante di quelle cose negli ultimi secoli, pensa allo schiavismo, pensa al fascismo. Ma per evolvere dobbiamo sopravvivere. Temo che le conseguenze del cambiamento climatico possano destabilizzare a tal punto il mondo da bloccarne l’evoluzione.

Il titolo “These systems are failing” parlava di presente e alludeva in modo allarmato al futuro. “Everything was beautiful, and nothing hurt” sembra far riferimento al passato…
È una frase dello scrittore Kurt Vonnegut [appare su una lapide nel romanzo “Mattatoio n. 5”: “Tutto era bello e nulla stonava”, nella traduzione Feltrinelli]. Siamo i creatori dei nostri stessi problemi e questa cosa è irritante e frustrante. Se solo volessimo, potremmo trasformare il mondo in un’utopia, in un paradiso. Se solo volessimo, potremmo smettere di mangiare animali, spendere più soldi per l’educazione che per l’apparato militare, eliminare i derivati del petrolio, smettere di prescrivere quantità irragionevoli di antibiotici, arrestare la deforestazione. Eppure non lo facciamo. Perciò “Tutto era bello e nulla stonava” è un’affermazione utopica che potrebbe diventare realtà… se solo volessimo.

“Like a motherless child” suona subito famigliare. Che cosa ti attrae nella musica gospel?
L’emozione e la vulnerabilità. Che si tratti di gospel o folk, soul o blues, amo le musiche che esprimono emozioni in modo diretto ed efficace. Mi commuovono.

È una capacità che la musica popolare sta perdendo?
Non voglio sembrare troppo critico, so che anche i miei colleghi fanno del loro meglio, ma sono convinto che lo scopo di un musicista sia passare la vita a contatto con la bellezza e la potenza della musica. La musica non è un mezzo per raggiungere un fine. La musica è il fine. E invece la gente la usa per avere una carriera ed è sbagliato e disonesto. Anch’io l’ho fatto in passato, ma ho smesso. La gente ha paura di esporre i suoi veri sentimenti e perciò sceglie di fare musica dura o cinica o cool o modaiola. E sai perché? Perché la bellezza mette a disagio.

“Like a motherless child” parla della tua esperienza personale, giusto? Parla della perdita di tua madre?
Parla di me, sì, ma anche – e nel dirlo non vorrei sembrare uno studentello universitario – del più ampio contesto esistenziale in cui si trova la razza umana. Noi esseri umani viviamo poche decine d’anni vagando ciecamente in un universo di cui non sappiamo nulla. In quella canzone parlo dell’umanità che vive in uno stato di dubbio e paura.

E cerca consolazione, ad esempio nella religione…
Cosa fai di fronte al vuoto esistenziale? Voialtri italiani avete costruito il Vaticano, a Hollywood hanno messo in piedi l’industria cinematografica. Voglio dire che cerchiamo disperatamente di costruire strutture e distrazioni. Fingiamo di avere accesso a un qualche senso. Facciamo finta di sapere che cosa sta accadendo. Oppure ci distraiamo prendendo droghe e facendo sesso senza significato fino al giorno in cui crepiamo. Passiamo la nostra vita ad evitare il vuoto perché ci fa paura. E se invece non facesse paura? Che cosa accadrebbe se guardassimo in faccia quel vuoto? E se il vuoto fosse un posto accogliente e meraviglioso?

Un passaggio di “This wild darkness” dice: “Per favore, illumina il mio cammino”. A chi ti stai rivolgendo?
Sembra un coro gospel, vero? Può darsi che inconsciamente l’abbia preso da lì, un po’ come fece George Harrison con “He’s so fine”. Comunque, la mia è una domanda aperta. È rivolta a Dio, a un qualche salvatore, a un essere umano, a un alieno. Non ne ho idea. Abbiamo bisogno di aiuto, abbiamo bisogno di essere salvati. E in fretta.

La canzone ha un carattere positivo, che viene poi negato dalla successiva “A dark cloud is coming”, che chiude l’album. “Ti ho chiamato, Signore, ma non sei mai arrivato” è la frase di un credente disilluso.
È come Gesù sulla croce e le sue celebri parole “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Non per fare il teologo amatoriale, ma ci sono vari modi per interpretare quelle parole. Io ci vedo l’idea che Dio esiste, ma siamo noi che non riusciamo a vederlo. È l’espressione dell’incapacità degli esseri umani di percepire il divino. Vale anche per la mia frase, “Ti ho chiamato, Signore, ma non sei mai arrivato”. Io non so che cosa o chi sia Dio. Ma sento che il divino è onnipresente, più di quel che crediamo.

(Claudio Todesco)

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