Sparks, l’“Hippopotamus” che gioca con le regole del pop – INTERVISTA

Sparks, l’“Hippopotamus” che gioca con le regole del pop – INTERVISTA

Sono uno dei gruppi pop più strambi che vi possa capitare d’ascoltare. Sconosciuti ai più, ma culto assoluto e venerato da una piccola minoranza d’appassionati. Americani, ma un po’ inglesi nello spirito, gli Sparks fuggono a gambe levate dalla canzone confessionale per confezionare pezzi pop immediati e al tempo stesso fuori dalla norma, apparentemente stralunati, se non surreali, e invece lucidissimi. Ora i fratelli Ron e Russell Mael aggiungono un nuovo titolo alla loro lunga discografia, inaugurata nei primi anni ’70. È “Hippopotamus”, album insolitamente frizzante per due settantenni in cui si canta di sesso, funerali e design scandinavo, con apparizioni di Mrs. Lincoln, Tito Andronico, Edith Piaf, Taylor Swift. E del buon Dio che se la prende con le richieste pressanti di noialtri umani.

E così, due lavori concettuali come la commedia radiofonica “The seduction of Ingmar Bergman” e il film musicale “Annette”, avete avvertito il bisogno di tornare alla canzone…
Ron Mael: Ha avuto un ruolo anche l’esperienza FFS, sai, la band nata in collaborazione con i Franz Ferdinand. Non ci hanno trattati da vecchi statisti del pop, ci hanno fatti sentire loro coetanei. Lo abbiamo apprezzato. Suonare con loro ci ha fatto venire voglia di rimetterci alla prova con canzoni di 3 minuti.


Partiamo da “Hippopotamus”, la canzone. Confesso: non credo d’averla capita.
Ron: Se non credi di averla capita, allora l’hai capita [risate].
Russell Mael: Un ippopotamo, un libro di Anonymous, Tito Andronico, una donna cinese e altro nella nostra piscina: per una volta non è una metafora, è una specie di favoletta infantile.

Avete una discografia mostruosamente varia. Seguite delle regole quando scrivete una canzone?
Ron: In un certo senso, cerchiamo ogni volta di infrangere una qualche regola e vedere quanto in là riusciamo a spingere i confini di canzone pop senza tradirne l’essenza che prevede una certa durata e un carattere ripetitivo che la renda facilmente memorizzabile.

Siete dentro la canzone pop, ma a vostro modo. La vostra diversità vi ha mai fatto sentire degli outsider?
Ron: Non era la musica a farci sentire estranei a quel che accadeva in America, era la mancanza di ambizione delle altre band. Se non altro, quando alla fine del 1973 ci trasferimmo in Inghilterra, trovammo gruppi come i Roxy Music e una forma salutare di competizione.

E del resto non vi riconoscevate, immagino, nello stile confessionale dei cantautori americani…
Russell: Precisamente. Ci sentivamo parecchio lontani da quel tipo di sensibilità, dall’idea che un cantante debba esporre sé stesso e farlo in modo onesto. Ci sembrava… un cliché.

Non molti cantautori scriverebbero una canzone come la nuova “Missionary position”…
Ron: È un appello sincero a rivalutare la collaudata posizione del missionario [risate]. Davvero, è una canzone sincera…
Russell: Allo stesso tempo, la melodia è molto forte e drammatica, ha un che di rock FM.

Alla fine degli anni ’70 avete lavorato con Giorgio Morder. Ecco, forse quello è stato uno dei rari momenti in cui la vostra musica è stata in sintonia con il mainstream, no?
Russell: In realtà quello non era uno stile popolare, non per una band. Voglio dire che, per l’epoca, l’idea che un gruppo abbandonasse il format tradizionale basso-chitarra-batteria per dedicarsi completamente all’elettronica era decisamente audace.

Il rinnovato successo di Moroder vi ha sorpresi?
Ron: Certo, e ha sorpreso pure lui. Merita tutto quel che ottiene. Avere successo dopo una certa età non è facile. Se dopo i 60 anni fai ancora pop vuol dire che la tua passione è autentica e non senti la necessità di essere legittimato dedicandoti a un altro tipo di musica.

Ascoltando “Life with the Macbeths” in principio ho pensato che parlasse di una serie tv, poi di un reality show, infine di un menage famigliare. Aiutatemi...
Ron: Hai ragione in tutti e tre i casi. In fondo, molti reality show si basano su comportamenti estremi. È un pezzo molto drammatico, quasi operistico. La cantante che senti è la stessa che ha lavorato con noi su “The seduction of Ingmar Bergman”.
Russell: Si chiama Rebecca Sjöwall e ha anche collaborato alla preproduzione di “Annette”. Uno dei personaggi del film è infatti una cantante d’opera, che nel film sarà interpretata da Michelle Williams.

Com’è nata la collaborazione con Leos Carax per “Annette”, di cui avete scritto la sceneggiatura?
Russell: È un film musicale su cui abbiamo cominciato a lavorare quattro anni fa pensando di ricavarne un disco degli Sparks, un progetto narrativo sul modello di “The seduction of Ingmar Bergman”. Poi abbiamo incontrato Leos Carax a un festival cinematografico e si è offerto con entusiasmo di farci un film. Grandioso. Abbiamo sviluppato assieme il progetto, il protagonista maschile sarà Adam Driver. Le riprese inizieranno nella prima parte del 2018. Essendo una grossa produzione immagino sarà pubblicata anche la colonna sonora.
Ron: E più in là ci piacerebbe pubblicare le nostre versioni di quelle canzoni.

Porterete “Hippopotamus” in tour, ma non vedo date italiane.
Ron: Ci spiace da morire, con gli Sparks non siamo mai venuti in Italia, ma avendo apprezzato enormemente i concerti che abbiamo fatto come FFS vedremo di rimediare.
Russell: Magari il tuo articolo smuoverà le acque.

Temo tu stia sovrastimando il potere della stampa.
Russell: Oh no, noi abbiamo fede nella stampa.

Siete rimasti in pochi, temo… Una curiosità: nella lista dei musicisti vostri fan, che va da Morrissey a Thurston Moore, c’è anche l’italiano Enrico Ruggeri. Lo conoscete?
Russell
: Non lo conosciamo personalmente, ma abbiamo visto che ha scritto di noi su Facebook e Twitter. Sarebbe bello contattarlo e magari fare un concerto assieme.

(Claudio Todesco)

Qui potete ascoltare tutte le canzoni dell'album:

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