Fabrizio De André, il cantore degli sconfitti

Fabrizio De André, il cantore degli sconfitti
«Al liceo ascoltavamo i dischi di Fabrizio De Andrè. Quello che ci piaceva delle sue canzoni è che c’erano le parolacce». Lo disse qualche tempo fa Ivano Fossati, sottolineando in modo un po’ naif, ma molto efficace, la statura artistica di Fabrizio De Andrè e centrando il punto su ciò che, da subito, attirò nei suoi confronti l’interesse dei giovani. Di certo, quello che raccontavano i suoi dischi non era molto comune nell’Italia degli anni ’60, così come non era affatto abituale la sua capacità di mescolare la chanson francese di Brel, Brassens, Ferrè, con una coscienza ‘sociale’ prima ancora che politica i cui moduli provenivano dalle canzoni di protesta d’oltreoceano.
Affrancato da ogni tipo di stile che non fosse il suo, De Andrè si ribellava parimenti a ogni ipocrisia, cercando di mettere in luce nella sua musica il lato oscuro delle cose, il non visto su cui però spesso vale la pena di riflettere. Non è un caso che molte delle sue canzoni abbiano preso in simpatia i ‘reietti’, sposandone senza riserve la causa in modo da scardinare la mentalità borghese che da sempre aleggiava sul consumo delle canzonette. I suoi personaggi forse hanno proprio questo in comune: il presentarsi con uno spessore ‘alternativo’ a quello che attribuirebbe loro la conoscenza comune. Bocca di Rosa è una puttana simpatica e appassionata, Piero un soldato che non vuole sparare, i Vangeli di “la Buona Novella” sono quelli apocrifi, i personaggi di Edgar Lee Masters in “Non al denaro, né all’amore né al cielo” sono una galleria di morti che sfugge al buonismo da necrologio e da epigrafe, Princesa un trans di cui non ci si può non innamorare, le “Anime salve” del suo ultimo disco una carovana di solitudini in viaggio.
Insomma, gli sconfitti dalla vita trovavano gloria e rivincita negli album di De Andrè, e ritornavano a proporsi a mo’ di scherno, sotto forma di canzone, nelle vite di coloro che, quotidianamente, cercavano di emarginarli. Questo canzoniere è stato riassunto negli album di Fabrizio De André: non troppi, se si pensa alla loro cadenza (poco più di quindici dischi in quarant’anni di carriera); non pochi, se si considera la loro qualità. Dagli inizi più propriamente cantautorali contenuti in “Vol. 1” e “Vol. 3”, alle escursioni monografiche di “La buona novella” e “Non al denaro né all’amore né al cielo”, dal maggio francese celebrato e rievocato in “Canzoni di un impiegato”, alle cover di “Canzoni”, dall’album a quattro mani con De Gregori “Vol. 8” a quello scritto, oltre vent’anni dopo, in coppia con Ivano Fossati, “Anime salve”, dall’epopea americana di “Rimini” e “Fabrizio De Andrè” alla svolta mediterranea ed etnica di “Creuza de ma’”, “Le nuvole” e “Anime salve”, il cantautore genovese ha solcato mari diversi raccontando ogni volta nei propri dischi la vita e la gente con una lucida poesia che non ha paragoni.
«Molti mi chiedono come mai faccio dischi a intervalli di tempo così lunghi», aveva detto una volta. «Il problema è che io faccio dischi soltanto quando ho qualcosa da dire, davvero. E non capita spesso di avere qualcosa che valga la pena di essere detto».
Dall'archivio di Rockol - "Le Nuvole" di Fabrizio de André
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