Ghost: il report del concerto di Milano di mercoledì 19 aprile

Ghost: il report del concerto di Milano di mercoledì 19 aprile

Alla fine tutto fa brodo, anche allestire la farsa di un rituale occulto in onore al Grande Tentatore. Così, dalla misteriosa landa di Lincopia, ecco arrivare nella nostra personale valle di lacrime Papa Emeritus III e la sua accolita di demoni senza nome, attesi all’Alcatraz di Milano per la tappa italiana del loro fortunato Popestar Tour.
 

È un caso davvero difficile riuscire a fiutare quanto questi svedesi ci siano o ci facciano sul serio, ma a conti fatti, portano a casa uno show curato e rifinito in ogni dettaglio. Certo, l’allestimento scenico in casi come questo gioca un ruolo di prim’ordine al pari della proposta musicale vera e propria, rendendo entrambi gli aspetti assolutamente inscindibili e comprimari alla riuscita dell’esibizione. Sul palco, il diabolico Papa, sorta di presentatore en vivo della TV in bianco e nero, è il centro catalizzatore della scena con le sue movenze a metà strada tra quelle di un mimo e di un navigato teatrante. Si attacca poco prima delle nove di sera, con i presenti in sala già messi a loro agio dagli opener Zombi, synthwave band americana ispirata al sound tutto italiano dei Goblin e delle colonne sonore horror del nostro miglior cinema di genere.
 

Lo spettacolo comincia ancora prima del suo inizio ufficiale, con un lungo coro ecclesiastico diffuso dagli altoparlanti a creare la giusta atmosfera e il certosino rituale degli assistenti di palco, fatto di inchini e arcane gestualità nello svelare strumentazione e scenografia. I Nameless Ghouls, nascosti nell’anonimato di tuniche e maschere - anche se la corporatura del demone al basso lascerebbe intuire una presenza femminile tra le fila del gruppo che i bene informati indicano come l’ex White Zombie Sean Yseult - fanno il loro ingresso ingranando subito il giusto feeling con l’apertura affidata a “Square hammer”, singolo portante dell’ultimo lavoro in studio nonché vincitore di una buona carrellata di premi (ai quali i Ghost sembrerebbero averci fatto ormai l’abitudine, a dirla tutta). Papa Emeritus è il gran cerimoniere, in abito corale nero prima, per poi proseguire con una più sobria mise anni Venti corredata di panciotto e giacca con le code, guanti bianchi e, come d‘ordinanza, volto dipinto da teschio. La sua esagerata platealità è, come tutto il set, sopra le righe e sopra ogni ragionevole dubbio di autenticità. Il palco è adornato come il coro di una cattedrale gotica, altare in marmo e vetrate decorate comprese, e il vocalist/pontefice è una maschera che si muove a tempo di musica, ascende al suo pubblico e lo incita con la composta eleganza di chi ha un’oscura luccicanza dentro di sé.
 

La performance del sestetto svedese si rivela per tutta la sua durata una ritmata coreografia, dove tutti i membri del gruppo recitano la propria parte secondo una partitura ben oleata, in cui ogni singolo movimento è studiato ad hoc. Così, nonostante un cantante assolutamente prima donna, anche i Ghouls, celati nelle loro tacite e diaboliche maschere art déco, riescono a esprimersi con efficacia, partecipando attivamente alla sulfurea rappresentazione attraverso la gestualità marcata tipica degli attori del cinema muto, ma anche, all’occorrenza, rubando la platea al proprio Papa con le loro ottime capacità tecniche.
 

Lo show portato a Milano dai Ghost ha quindi messo in fila buona parte del miglior repertorio della band, distribuito con una certa equità tra i tre album finora pubblicati. Ecco così in scaletta brani dalla potenza immediata e anche un po’ piaciona come “From the pinnacle to the pit”, proposta subito con il suo ritornello ficcante cantato con forza da tutti i presenti, e poi, ancora, l’incedere quasi a tempo di valzer di “Secular haze” e l’immancabile latino - un po’ zoppicante a dire il vero - intonato prima in “Per aspera ad inferi” e poi coralmente nella ballad luciferina di “He is”. In chiusura, smessi i panni del successore al soglio petrino ecco spuntare dietro la maschera un emozionato artista (corrispondente con buona probabilità a tale Tobias Forge) che ringrazia di cuore per la calorosa accoglienza riservatagli. Poi, ritornato nel suo bizzarro personaggio, chiede ai convenuti, per dirsi la serata davvero conclusa, un orgasmo celebrativo - molto meglio se femminile - da soli o in compagnia poco importa. In ultima analisi, i Ghost si sono dimostrati degli ottimi mestieranti, capaci di vendere ad arte un teatrino un po’ baraccone ma incredibilmente piacevole che tanto deve agli anni Settanta, a quel mondo art rock/metal di Alice Cooper certo, ma anche alle melodie levigatissime dei connazionali ABBA, senza mai scadere (troppo) nella parodia. Dentro c’è tutto l’immaginario del caso e, nonostante l’aria un po’ plasticosa della formula, alla fine lo spettacolo funziona e diverte. condom papali inclusi, al merchandise poi, c’è davvero di tutto, tranne ovviamente i coperchi, perché quelli, dicono, sono da sempre un articolo che la loro parrocchia non tratta.
 

 (Marco Di Milia)
 

SETLIST
Square hammer
From the pinnacle to the pit
Secular haze
Con clavi con Dio
Per aspera ad inferi
Body and blood
Devil church
Cirice
Year zero
Spöksonat
He is
Absolution
Mummy dust
Ghuleh/Zombie queen
Ritual
 

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