k.d. lang: 'Lesbica, vegetariana, buddhista. E orgogliosamente canadese'

k.d. lang: 'Lesbica, vegetariana, buddhista. E orgogliosamente canadese'
Un solo concerto italiano (ieri sera, 22 novembre, al Teatro Manzoni di Milano) per la k.d. lang nuova versione, amorevolmente dedita a celebrare la grande canzone canadese del tardo ‘900, quegli “inni del 49 ° parallelo” – così si intitola l’album uscito da qualche mese – che da Leonard Cohen a Neil Young, da Joni Mitchell a Jane Siberry, tracciano la mappa di una grande tradizione cantautorale e al tempo stesso il Dna musicale dell’interprete originaria dell’Alberta. “Mi è venuto in mente di confezionare questo tributo”, racconta lei in conferenza stampa poche ore prima dell’esibizione, “dopo il disco che avevo inciso con Tony Bennett in omaggio a Louis Armstrong. Quella era stata un’idea di Tony, nato e cresciuto nello stesso quartiere di Armstrong, un prodotto delle sue radici. Ho pensato che se il songbook americano è stato ripercorso tante volte in lungo e in largo, lo stesso non era mai successo con quello canadese. Mi sono messa a pensare alle canzoni che avrei voluto registrare ed è stato abbastanza facile: ho scelto quelle con cui sono cresciuta e che per me rappresentavano meglio quella intima relazione che tutti gli autori canadesi hanno con l’ambiente e la natura del loro paese, con la geografia che li circonda. Quelle che, secondo me, incarnano meglio la spiritualità del nostro territorio. Inni, appunto, in un senso allargato del termine”. Semmai, aggiunge k.d., le difficoltà sono arrivate dopo: “Una differenza sostanziale con i grandi standard americani è che quelli sono stati principalmente composti da autori che si mettevano al servizio dei cantanti, mentre la grande musica canadese è soprattutto di stampo cantautorale. Diventa più difficile cercare di dare un’interpretazione nuova a un repertorio su cui in un certo senso è già stata messa la parola definitiva. Nei confronti delle canzoni e degli autori che ho deciso di affrontare ho cercato di mantenere un atteggiamento riverente, il più umile possibile. Volevo trasmettere una sorta di tradizione orale, non fare un disco pop: non mi interessava trasformare ‘Hallelujah’ di Cohen in un pezzo in stile disco o qualcosa del genere. Come interprete, mi sono sentita quasi in dovere di coltivare quegli standard. Di contribuire, in qualche modo, alla loro evoluzione. Con tutto il rispetto che provo per la grande canzone americana, credo che quella canadese abbia un tocco di umanità e di compassione in più”. E’ un carattere nazionale che, forse, non riguarda solo la musica, soprattutto in un momento storico come questo… “Le differenze tra i due paesi sono importanti ma sottili, è come cercare di spiegare cosa distingue la Scozia dall’Irlanda… Certo il Canada è un paese ancora giovane, sempre stretto tra la cultura europea e quella statunitense. La nostra politica è di stampo più marcatamente sociale rispetto a quella americana, tasse più alte e migliori servizi sociali: e non credo di dover spiegare da che parte sto io, politicamente. Grazie a Dio, con la decisione di non partecipare alla guerra in Iraq sembriamo esserci spostati su posizioni più europee. Ma certo gli Usa sono un vicino molto, molto ingombrante”.
Intanto però k.d vive a Los Angeles, e non ha sentito il bisogno di spostarsi in patria (dove pure conserva casa) neanche per registrare un disco come questo. “Già, tanto per essere contraddittoria. Ma volevo solo compiere un gesto di apprezzamento nei confronti dei luoghi da cui provengo, senza intenti nazionalistici. Non volevo appiccicare una bandiera canadese sulla copertina. Comunque i musicisti che suonano nel disco, Ben Mink, David Piltch e Teddy Borowiecki, sono tutti canadesi e lavorano con me da 15-20 anni. Conoscevano queste canzoni bene quanto me, e questo ci ha permesso di andare a memoria cercando di tenere l’interpretazione al livello più puro e semplice possibile, su di un piano emotivo piuttosto che intellettuale”. La sorpresa, semmai, è il nome di Eumir Deodato nei crediti dell’album. “Mi era piaciuto molto il suo lavoro su ‘Homogenic’ di Bjork”, spiega k.d., “In realtà mi ero affidata a un altro arrangiatore, all’inizio. Ma poi la semplicità e la fragilità di quello che avevamo registrato mi ha indotto a pensare che anche gli arrangiamenti dovevano essere in sintonia e ho agito di conseguenza”. Qualche commento dagli autori che ha interpretato? “No, a parte Jane Siberry che è un’amica di lunga data, non ho sentito nessuno. Cohen e la Mitchell vengono interpretati ogni giorno da qualcuno, e non credo che il fatto che lo faccia io gli crei qualche differenza”. La Mitchell, fa notare qualcuno, si è ritirata dal business musicale, in polemica con le case discografiche che non danno più spazio a una signora sessantenne… “Credo che lei non si renda conto di quanta stima e rispetto la circondino. Joni ha una visione un po’ offuscata del suo ruolo: forse è perché fuma troppo…”. Lei, invece, ha trovato casa presso l’elegante griffe Nonesuch, e sembra trovarsi benone. “Mi sento rispettata e libera di fare quel che voglio. Per una come me, per cui il mercato pop è una cosa persa nella notte dei tempi, è quasi un sogno. E’ come ricominciare una nuova carriera”. In mezzo a tante perle d’autore, in “Hymns of the 49th parallel” la lang ha inserito anche una canzone sua, scritta in coppia col bassista Piltch (“Simple”). “Sì, ma senza nessuna presunzione di mettermi allo stesso livello. Sono stati i miei amici e il mio manager a insistere, e quel brano comunque aveva una tematica coerente con gli altri. Scrivere e interpretare, per me, sono due cose strettamente in relazione una con l’altra, si aiutano reciprocamente. La mia voce non è una dote naturale: è come un albero da frutto che coltivo con amore ma che non mi appartiene”.
Grande performer dal vivo (e il concerto di Milano lo ha confermato), k.d non ama i dischi dal vivo. E non fa progetti per il futuro: “Amo stare sul palco, ma dei concerti mi piacciono l’estemporaneità e l’impermanenza. Per quel che succederà dopo mi affido al caso. Immagino che farò un disco di inediti, prima o poi. Sono tentata dal genere neoclassico alla Philip Glass, e a chi è interessato prometto un altro disco country prima di morire!”. Le si chiede del suo interesse per il cinema, visti anche i trascorsi fortunati (“Mi piacciono registi come Patrice Leconte e Werner Herzog, ma forse la mia musica non si addice molto ai loro film”). Delle sue nuove preferenze musicali(“Nellie McKay come autrice. E Madeleine Peyroux come cantante: davvero una voce fantastica, una via di mezzo tra Billie Holiday e Peggy Lee”). E anche del suo stato psicofisico attuale (appare rilassata, ironica, divertita, e notevolmente ingrassata).“Sono felice, lesbica, vegetariana, buddhista come prima”, assicura. “E canadese”.
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