“Ci ho messo giù o meno la metà delle cose che volevo esprimere”, dice Jimi Hendrix del doppio “Electric ladyland”. Pubblicato nel settembre 1968, è il padre di tutti gli album carichi di idee, suoni, suggestioni, una massa ribollente di canzoni e sperimentazioni destinato a diventare modello per tutti i dischi basati su jam session e grandi gesti musicali. È il lavoro che, nelle intenzioni del suo autore, fa passare Hendrix dallo status fumettistico di “supernegro psichedelico” a quello di “musicista/produttore maledettamente bravo”, secondo le definizioni contenute nella recensione d’epoca di Rolling Stone. Nel giro di poche settimane, il 33 giri finisce primo in classifica negli Stati Uniti e sesto del Regno Unito. Contiene il 45 giri più venduto in assoluto dell’Experience, la cover di “All along the watchtower”. È considerato l’album più ambizioso e riuscito di Jimi Hendrix, l’epitaffio del trio, l’inizio di una nuova era di liberazione che finirà bruscamente dopo appena 24 mesi, con la morte del chitarrista.
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Americano, Hendrix aveva fatto scalpore a Londra, dov’era apparso come un marziano nel 1966 sconvolgendo persino i guitar hero dell’epoca, Eric Clapton e Pete Townshend, conquistando le menti pensanti del pop britannico come Paul McCartney e Mick Jagger. Tornato negli Stati Uniti, aveva preso casa a New York e lì ha organizzato le session del suo terzo album con gli Experience, ovvero il batterista Mitch Mitchell e il bassista Noel Redding.
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