I Baustelle tornano al pop dopo il ponderoso “Fantasma”. Convinti che non si possa più essere originali, attingono suoni, immagini, melodie da uno dei periodo d’oro del pop internazionale, quello che va all’incirca da metà anni ’70 ai primi ’80. Lo fanno per raccontarci “L’amore e la violenza”, l’Occidente in guerra, il caos in cui viviamo. Non suonano né cinici, né disperati. Il senso di caducità non si trasforma in rassegnazione o rabbia. Anzi, l’album è un invito a non avere paura.
Una quindicina d’anni fa cominciò a circolare con insistenza una parola affascinante che era stata coniata a metà anni ’70: metamodernismo. In un mondo post moderno che ci aveva insegnato a diffidare dai sentimenti esposti in modo spudorato e a leggere la realtà attraverso le lenti del cinismo, il metamodernismo proponeva una nuova forma di narrazione in grado di ricomporre la distanza fra sincerità e ironia. Metamodernismo è la parola che mi è venuta in mente ascoltando il nuovo album dei Baustelle “L’amore e la violenza”. È un disco che racconta la contemporaneità attraverso una pluralità di momenti meta-, superando sentimentalismo e disillusione. Lo fa usando un linguaggio frammentato che trasforma il citazionismo in metodo. Suoni, atmosfere, ricordi, suggestioni sono stati selezionati con cura, prelevati dalla memoria collettiva degli anni ’70 e in parte ’80, rimescolati nelle musiche e nei testi. Non per suonare vintage, ma per creare una sorta di meta-pop che ridà senso e sostanza alla canzone.