NEWS   |   Pop/Rock / 17/08/2016

Sziget Festival 2016, un paio di riflessioni sull'edizione dei record

Sziget Festival 2016, un paio di riflessioni sull'edizione dei record

La storia del "non possiamo diventare più grandi di così" il fondatore dello Sziget Festival Karoli Gerendai è almeno un paio d'anni che la racconta, per poi smentirsi regolarmente alla prova dei fatti, e nel 2016, con mezzo milione di persone passate dall'isola di Obuda in una settimana, il problema non si pone più in termini di volontà o meno di crescita, ma di mero spazio materiale: il parco sul Danubio che ospita la manifestazione ormai scoppia e noi italiani, che da un po' di tempo ci siamo convinti di non avere la cultura dei festival, davanti alle schiere di nostri connazionali che del pubblico internazionale rappresentano una buona fetta - la più numerosa, dopo quelle olandese, britannica e tedesca - un paio di domande non possiamo non farcele.

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(I Kaiser Chiefs sul main stage)

 

Chi lo Sziget lo racconta come la Woodstock sul Danubio racconta una bugia enorme, o - quantomeno - una clamorosa imprecisione:  a Bethel (ne abbiamo parlato giusto qualche giorno fa) a fare la storia, quarantasette anni orsono, furono - oltre che il periodo - l'ingenuità e l'inesperienza degli organizzatori, che combinarono un pasticcio con biglietti e botteghini e si ritrovarono a White Lake 400mila persone, molte di più di quante non se ne aspettassero. Lo Sziget, di contro, è una scrupolosa e pervicace applicazione del marketing avanzato a un evento che include anche la musica, nell'ottica - come hanno spiegato molto esplicitamente gli organizzatori - di una crescita solida e costante in un mercato ad alta competizione.

Non è un tecnicismo da addetti ai lavori, attenzione: per organizzare un festival di tali proporzioni servono soldi, un mucchio di soldi - circa 25 milioni di euro, spiega Gerendai - che di certo non si racimolano con la sola visione artistica: se grandi marchi come Mercedes e Mastercard hanno deciso di investire nello Sziget è perché lo Sziget da almeno vent'anni è una certezza, e quando ci sono da sbloccare budget milionari nessuno ha voglia di affidarsi al caso. Tocca, quindi, spendere due parole sulla formula specifica di questo festival, che è la cosa che ve lo farà amare o odiare, a seconda dei gusti.

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(Matt Bellamy dei Muse allo Sziget 2016)

 

Allo Sziget il punto non è la musica. Ci sono i gruppi, i cantanti, i Dj e tutto il resto, ma al centro c'è il pubblico, che - per come è organizzato il festival - è il vero protagonista. Senza lanciarsi in considerazioni sociologiche da rotocalco, dopotutto quello che oggi le platee vogliono è questo, e qui a darglielo sono bravissimi, perché l'hanno capito anni prima che i social network lo rendessero esplicito: anche solo ad uno sguardo estremamente superficiale, l'isola di Obuda - durante lo Sziget - è addobbata a set perfetto per i selfie di qualsiasi tipo - che infatti vengono scattati in quantità industriale, quasi sempre grazie a selfie stick forniti (a pagamento) dallo staff.

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(I CHVRCHES sull'A38 Stage)

 

Sulla programmazione, poi, Gerendai per certi versi ha ragione: perdere il sonno (e un bel mucchio di soldi) per inseguire gli headliner è del tutto inutile, perché nel mercato globalizzato del live entertainment gli stessi nomi propopongono gli stessi spettacoli nelle stesse zone. Si prenda il concerto dei Muse di sabato 13 agosto, per esempio: uno show ricavato da quello del "Drones tour" ma adattato ai festival e riproposto tale e quale in tutta Europa - se non con qualche leggera variazione nella setlist - dall'ultimo Glastonbury un poi. O quello di Sia di lunedì, fotocopia di un canovaccio già ampiamente testato da settimane sui palchi del Vecchio Continente. Tanto vale, allora, assemblare un cast con dei buoni nomi di richiamo, ma senza dannarsi l'anima a trovare il gigante disposto all'esclusiva, con la consapevolezza che - oggi - cercando di accontentare tutti non si corre più il rischio di non accontentare nessuno: ai born in the nineties, che qui sono la stragrande maggioranza, non fa schifo andare a un festival che abbia David Guetta e Rihanna tra gli headliner. E' la situazione, che conta, e l'accoglienza riservata dal pubblico agli artisti sul main stage - perché, per la verità, diverse decine di migliaia di persone che accolgono con un boato i Sum 41 è una cosa che non si vede tutti i giorni - ne è la riprova. Però al proposito Luca Morino dei Mau Mau, che è un artista attento non solo alla musica ma anche a ciò che le succede intorno, ha colto nel segno stroncando il set da headliner di Guetta, che artisticamente ha rappresentato l'anello debole dei gran finali sul main stage (senza considerare il party di chiusura con Hardwell, evento tradizionalmente più di costume che musicale) dello Sziget 2016: se è vero che l'atmosfera la fanno i numeri e i numeri si ottengono con le concessioni al pubblico, chi a Obuda tiene il timone - specialmente dopo la tragica scomparsa, avvenuta lo scorso 15 luglio, dello storico booking agent del festival Dan Panaitescu - deve stare attento a non farsi prendere la mano. Soprattutto se si ha la coscienza di avere una certa storia alle spalle, e di conseguenza un certo potere contrattuale nei confronti dei management internazionali. E soprattutto se, come è stato specificato durante la conferenza stampa, non è la crescita numerica ma il consolidamento presso il pubblico ad essere il vero obbiettivo.

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(David Guetta sul main stage)

 

Detto ciò, non è che lo Sziget debba attrarre solo chi cerchi una specie di colossale festa Erasmus con musica dal vivo: il lavoro fatto dalla direzione artistica sui palchi secondari è ammirevole, perché rivolto anche alla scena minore e locale europea, che il circuito dei grandi festival internazionali - tendenzialmente più anglocentrico - solitamente non frequenta, e l'offerta di spettacoli e attività extramusicali (teatro, cinema, incontri e molto altro) è fitto e ben organizzato. Però, come si diceva prima, è la varietà la cifra della festa, che è enorme e caotica, come vi avranno raccontato in tanti: se vi piace approfondire, se il nome sbagliato non posto sbagliato vi fa venire l'orticaria e vi trovate sempre a vostro agio in una minoranza, come diceva Moretti nel primo episodio di "Caro diario", questo non è il posto per voi. Se invece avete voglia di dare un'occhiata a quello che potrebbe essere il format del grande festival all'aperto del futuro (cioè quando i grandi vecchi del Desert Trip, il Boss e tutti gli altri si saranno definitivamente ritirati a vita privata per raggiunti limiti di età, lasciando i promoter a corto di calamite per le folle oceaniche), provate a farci un salto, per farvi un'idea: tanto, più grande e incasinato di così ormai lo Sziget non può diventare. Almeno fino al prossimo anno...

(dp)