Bruce Springsteen mi ha stroncato anche stasera: il concerto al Circo Massimo, il commento

Bruce Springsteen mi ha stroncato anche stasera: il concerto al Circo Massimo, il commento

Stando alla vulgata: mai andare a un concerto poco dopo essere stati a un concerto di Springsteen. Si resta male.
Stando alla vulgata per iniziati (comunque, decine di migliaia di persone): mai andare a un concerto di Springsteen poco dopo essere stati a un concerto di Springsteen a San Siro. Si resta male.
Sono stato a due concerti di Springsteen a San Siro in due giorni e, dopo altri 11, eccomi a rivederlo a Roma. Ho sfidato la vulgata. E ho perso, assistendo a un grande show.

Il Circo Massimo è un mito, immerge lo spettacolo in un ambiente suggestivo come non se ne vedono. Non è la fantastica bolgia di San Siro, dove scorre un’energia irriproducibile, ma l’acustica è migliore, il posto è bello, e spira un ponentino che irretisce anche la E Street Band. Si mormora che l’incanto romano stia per fare da sfondo a un dvd prossimo venturo. Se fosse vero, saremmo co-protagonisti dell’ennesima prova magica del Boss in Italia, dove la sua musica viene solo per seconda: prima c’è l’amore reciproco tra un grande sacerdote che attinge da circa duecento parabole originarie e i fans da lui abituati ad alimentare l’entropia: anche grazie alle loro richieste dal vivo la scaletta è veramente nota solo quando il concerto è terminato.

Stasera, per esempio, l’attacco non è dei più previsti. “New York City serenade” con orchestra è un crescendo, un sussurro acustico che evolve e si trasforma in un pezzo corale e potente. Una partenza spiazzante, soft ma al fulmicotone, con gli archi a fare da sfondo – alla fine durerà 13 minuti… E’ anche un primo brano che ci indica subito la condizione e la scelta di Bruce. La condizione potrebbe influenzarlo, perché la sua voce a questo giro è nella forma peggiore tra quelle esibite nelle tre serate italiane del luglio 2016. La sua scelta è di ignorare la sua condizione, seviziando senza pietà le sue corde vocali, partendo e continuando a manetta, sprigionando il massimo della potenza pur consapevole che in alcuni punti volume e limpidezza non saranno all’altezza del cuore e dello sforzo.

A posteriori, si noterà anche che la sua scelta artistica non sarà stata condizionata da quello che per molti suoi colleghi sarebbe stato un handicap tragico. Alla faccia del River Tour, Springsteen sembra ormai usare il suo impareggiabile doppio album come sottofondo e optare deciso per la rappresentazione del “great American songbook”. Molte le cover, non più relegate verso il termine dello show, non più un segnale del commiato imminente, ma parte integrante di uno spettacolo che non necessiterebbe di puntelli a un repertorio vasto e a prova di noia e ripetitività.

“Summertime blues” e “Boom boom” arrivano quasi premature e nell’affresco sonoro di stasera sono realmente amalgamate con gli originali. Non serviva aspettare il 16 luglio per conoscere la padronanza della band e del cantante nel fare proprie canzoni altrui, ma questa è la magia di Springsteen: essere un rocker degli anni ’50, un bluesman nero, un soul singer, un crooner e un cantautore folk senza cambiare costume di scena e atteggiamento.

Se dovessi scegliere il momento più alto dello show, indicherei la doppietta “Drive all night” e "Because the night” per l’intensità della catarsi col pubblico e capacità di alternare sussurri, grida e assoli; sceglierei “Jungleland” perché è bello sentire che Jake Clemons si merita veramente il posto; sceglierei “10th avenue freeze out” per l’altezza della poesia.

Se fossi un sociologo mi spaccherei la testa per capire come fa uno a far cantare in coro “Born in the U.S.A.” a un pubblico italiano, con centinaia di fans che indossano orgogliosi un berrettino della Coop.

Ma, alla fine, stasera sono soltanto un fan prestato alla redazione. E allora vorrei premiare quella che per uno spettatore di (frequente) ritorno è una banalità, la pre-chiusura di “Shout”. Bruce finge di terminarla almeno 4 volte e a ogni ripartenza l’esplosione, la qualità, la gioia salgono di intensità. C’è il rock and roll di una chitarra secca ed essenziale e la voce che questo attempato ragazzo che non riesce a mollare il palco sta chiaramente prendendo in prestito direttamente dal padreterno, perché ormai è ovvio che a quest’ora non può più essere la sua. C’è il soul congenito di una E Street Band che esegue il serale “James Brown moment” come se Springsteen fosse Mr Dynamite (il mantello a lustrini con la scritta The Boss è il kitsch che inserisce Las Vegas sulla mappa, insieme alla citazione di Elvis con gli altoparlanti a gracchiare “the Boss has left the building”). C’è la E Street Band che, anche quando non gira perfettamente, è una macchina da intrattenimento mostruosa.
Tutto il resto è cronaca, ed è scaletta.
Bruce Springsteen mi ha stroncato anche stasera. Dopo 3 ore e 51 minuti caracollo fuori con il solito sorrisino ebete con cui andrò a dormire.

(gdc)

 

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