Elton John in concerto a Pompei: la recensione

Elton John in concerto a Pompei: la recensione

12 Luglio 2016: per la prima volta nella sua ormai cinquantennale carriera Sir Elton John suona nell'anfiteatro romano di Pompei, già "sdoganato" ai concerti rock dopo la doppietta di concerti di David Gilmour della settimana scorsa; il parterre del teatro (dalla capienza nominale di circa 3000 posti) sembra essere pieno, nonostante i prezzi inevitabilmente non popolari, mentre le gradinate non lo sembrano. Il palco che ha accolto Sir Elton e la sua band di 5 elementi è  scarno, non c'è nessuna scenografia e nemmeno gli abituali maxi schermi con una visuale del concerto; a vivacizzare la band che suona ci sono  tanti giochi di luce colorate.

Il concerto inizia alle 21.00 precise con i graffianti riff chitarristici di "The Bitch Is Back", e prosegue per oltre due ore con oltre 20 brani. Le esecuzioni strumentali sono impeccabili e senza sbavature, com'è facile aspettarsi da una band che oramai è in tour costante da 15 anni (seppur con due cambi di personale dovute alla scomparsa di due musicisti).
Elton, maestro del piano, oramai sembra un tutt'uno col suo strumento, e l'impressione è che le sue mani sulla tastiera scorrano in modo del tutto naturale e con estrema padronanza; e ovviamente non risparmia al pubblico numerosi assoli di pianoforte, come nella lunga introduzione strumentale a "Rocket Man" che riprende "Sixty Years On" e spazia per diversi minuti tra mini-citazioni di altri brani, mestiere e improvvisazione, o nel finale esteso di "Levon".

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La voce, seppur sia in gran forma, come ben sappiamo non è più la stessa degli anni '70 e '80, ma, complice anche l'operazione alle corde vocali del 1986, si è andata sempre più ad abbassare, e perdendo l'uso del falsetto; l'artista è quindi costretto a riarrangiare vocalmente i suoi brani incisi 3 e 4 decadi fa (che poi sono la maggioranza), variandoli melodicamente in qualche punto, in modo che solo di rado sia costretto a toccare le note alte; il risultato resta comunque gradevole, a patto che chi lo ascolta entri nell'ordine di idee di non poter ascoltare i brani come sugli album originali.

La band che lo accompagna è capitanata dal chitarrista Davey Johnstone che oramai lo segue sia in studio che dal vivo dal lontano 1971, con brevissimi periodi di interruzione; nonostante alcuni fan di Elton non lo apprezzino per la sua poca incisività con la chitarra elettrica, Johnstone sembra essere il chitarrista ideale per il suo boss, proprio perché la sua chitarra accompagna le canzoni senza mai strafare e quindi senza sovrastare lo strumento principale, ovvero il pianoforte.
Un altro veterano, che segue Elton già dal 1969, seppur sia stato più volte sostituito negli anni, è il batterista Nigel Olsson, che seppur meno agile rispetto al suo glorioso passato, tiene il tempo in modo egregio, lasciando gli extra e gli abbellimenti percussionistici a John Mahon, che si destreggia tra un mini kit di batteria e un set delle più disparate percussioni, senza dimenticare i suoi preziosi cori che riescono a toccare tutte le note alte e i falsetti che Elton non può più raggiungere.
Concludono la formazione l'ottimo bassista Matt Bissonette e il tastierista Kim Bullard, ingaggiati negli anni recenti per sostituire rispettivamente Bob Birch e Guy Babylon, fedeli membri della Elton John Band scomparsi purtroppo prematuramente.

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La scaletta della serata è fonte di gioie e dolori, a seconda del punto di vista: Elton John da circa 15 anni si è abituato a suonare in concerto prevalentemente il suo greatest hits, i suoi successi più famosi e popolari, concedendo poco e occasionale spazio a brani meno conosciuti; questo è sicuramente positivo per la maggior parte del pubblico, che probabilmente possiede qualche sua raccolta e nulla più e quindi vuole sentire proprio gli stessi brani che già conosce; all'opposto invece abbiamo i fan accaniti, che conoscono la sua vastissima discografia e che decisamente vorrebbero che seguisse qualcosa di diverso, mentre oramai non sopportano più le solite hit che hanno già avuto modo di ascoltare più e più volte nei frequenti tour italiani del baronetto.
Ma Elton, evidentemente per scelte commerciali e si sospetta anche per una sua pigrizia di fondo che lo frena dall'esercitarsi nelle prove di qualche brano dimenticato, anziché dare un colpo al cerchio e uno alla botte, preferisce accontentare la maggioranza e quindi propone imperterrito i suoi graditissimi classici; ecco quindi "Your Song", "Rocket Man", "Sorry Seems To Be The Hardest Word", "Don't Let The Sun" e "Candle In The Wind", che mandano la maggior parte del pubblico in visibilio; ma ecco anche per i die-hard "All The Girls Love Alice" e "Your Sister Can't Twist", brani meno conosciuti dal suo album più famoso "Goodbye Yellow Brick Road", "Burn Down The Mission" dall'album di culto "Tumbleweed Connection" e "Levon" dall'altro album di culto "Madman Across The Water"; nulla comunque di esclusivo per la serata e che non sia stato suonato negli anni recenti. Anche il nuovo album, "Wonderful Crazy Night", uscito lo scorso febbraio, viene poco rappresentato, così com'è avvenuto per tutti gli album più recenti: Elton è consapevole che non è stato un successo da classifica e quindi preferisce non rischiare di scontentare il pubblico, proponendone solo due brani, il primo singolo "Looking Up" e quello più recente, "A Good Heart".

Il pubblico è composto da rappresentanti di tutte le età (persino due bambini di 3 e 7 anni), anche se l'età media a occhio e croce sembra essere over-40; gli spettatori esultano e applaudono con qualche standing ovation riservata ai brani più celebri, ed Elton gradisce questo affetto e ringrazia spesso tra un brano e altro; e appena gli assistenti di palco danno il via libera, i fortunati delle prime file riescono ad ammassarsi sotto il palco e si godono il finale del concerto a pochi centimetri dalla band. Il gran finale è riservato alla popolare "Crocodile Rock", in cui Elton incita il pubblico ad aiutarlo col coro dei "lala lala la".
Il pubblico sembra molto soddisfatto del concerto, sir Elton sembra altrettanto soddisfatto della reazione del pubblico; a parte fare il nome di Pompei nei saluti e ringraziamenti, non dice nulla sul luogo storico in cui sta suonando, ma probabilmente la storia l'ha fatta lo stesso, ancora una volta.

(Andrea Grasso)

 

SETLIST
The Bitch Is Back
Bennie and the Jets
I Guess That's Why They Call It The Blues
Looking Up
A Good Heart
Philadelphia Freedom
Rocket Man
Tiny Dancer
Daniel
Levon
Goodbye Yelow Brick Road
Burn Down The Mission
Sorry Seems To Be The Hardest Word
Your Song
Sad Songs
Don't Let The Sun Go Down On Me
All The Girls Love Alice
I'm Still Standing
Your Sister Can't Twist (But She Can Rock'n'Roll)
Saturday Night's Alright For Fighting
(bis)
Candle In The Wind
Crocodile Rock

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