Sigur Ros al Parco di Monza (I-Days Festival): il report del concerto

Sigur Ros al Parco di Monza (I-Days Festival): il report del concerto

Seconda giornata del Festival I-Days, Parco di Monza. Si respira un’aria polverosa e carica d’impazienza, al punto che un’abbondante fetta di pubblico prende posto di fronte al palco sfidando l’afa. Birra alla mano, presente. Zanzare, presenti. Stereophonics, presentissimi. Il primo grande nome di punta della serata genera un grande entusiasmo, e sembra non sbagliare un colpo. Oltre alle immancabili hit, che ancora dopo più di dieci anni vengono accolte come se fossero state lanciate giusto ieri, il gruppo gallese sa farsi ben volere, grazie all’energia contagiosa del frontman Kelly Jones. "È molto caldo ma credo che possiate saltare lo stesso!" grida il cantante annunciando “Dakota”, che chiude la performance del gruppo brit-rock.

La preparazione della scena per l’arrivo dei post rocker islandesi Sigur Ros sembra impegnativa: una struttura, che proietta l’immagine fissa di una foresta, divide a metà il palco, mentre sul grande pannello alle spalle continuano a scorrere altre immagini. Non ho mai visto la band islandese dal vivo, non so bene cosa mi attende, ma intorno continuo a captare i commenti ricchi di aspettative dei fedelissimi.

Il pubblico si stringe verso il palco mentre abbonda il fumo sulla scena, sotto le prime note di “Óveður”. Si dissolvono le immagini del pannello più piccolo e piano piano si scopre che il gruppo post-rock se ne stava nascosto lì dietro. Non è un ingresso esplosivo, ma un graduale e quieto crescendo, coerente con il loro stesso modo di fare musica, a tratti surreale e sognante, a tratti violento e inesorabile come un fiume in piena. Il gioco dei due pannelli disegna in aria delle trame luminose, raggiungendo una spettacolarità che rapisce. Su “Sæglópur” il gruppo giunge finalmente sul proscenio e regala il primo di una serie di finali emozionanti: Orri abbandona la batteria elettronica per l’acustica, Jónsi imbraccia l’archetto per violoncello e suona la chitarra, il tutto sostenuto dai bassi ombrosi di Georg Holm. “Vaka” sembra dare libero sfogo a tutto l’aspetto onirico dei Sigur Ros, mentre in "Festival" colpisce il falsetto di Jónsi, che mantiene a lungo una nota cristallina e struggente. Il groviglio di sensazioni sembra sciogliersi sul finale rabbioso di “Hafsól”, in chiusura di scaletta, in cui i colpi dell’archetto di Jónsi diventano violenti sulla chitarra, fino quasi a distruggerlo, il ritmo incalza e le melodie prendono un sapore cupo, per poi quietarsi sul bis, con “Popplagið“.

C’è da dire una cosa: a priori, i Sigur Ros paiono votati a un genere esclusivamente di nicchia. Voglio dire, cantano in islandese o in vonlenska, lingua inventata da loro e costituita per lo più da sillabe, i pezzi hanno tempi molto lunghi, sfidando abbondantemente gli standard di attenzione dell’ascoltatore medio, e non brillano certo in loquacità: nessuna battuta tra un brano e l’altro, neanche il "Ciao Italia!" da copione. Detto ciò, hanno catturato oltremodo l’attenzione del pubblico, lo hanno letteralmente stregato negli anni, e la performance all’I-Days Festival sembra esserne l’ennesima riprova.

(Vittoria Polacci)

SETLIST:
Óveður
Starálfur
Sæglópur
Glósóli
Vaka
Ný Batterí
E-Bow
Festival
Yfirborð
Kveikur
Hafsól

BIS:
Popplagið

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