Bruce Springsteen e la sociologia spicciola dei social: “padre nostro”, “artista finito” o semplicemente rocker maturo?

Bruce Springsteen e la sociologia spicciola dei social: “padre nostro”, “artista finito” o semplicemente rocker maturo?

A meno che non viviate in un altro pianeta, o a meno non abbiate un profilo sui social network, vi sarete accorti che in questi giorni c’era in Italia Bruce Springsteen.

Ora la sbornia è passata - riprenderà il 16, in occasione della data romana. Ma le bacheche personali di Facebook erano invase, da post di due tipi: i fan entusiasti in adorazione, e chi non lo sopporta, gli hater, impegnati a dire quanto è noioso, bollito, e quanto sono stucchevoli e vecchi i suoi fan.

Magari vi sarà capitato anche di vedere condiviso su Facebook un articolo dal titolo “Perché Bruce springsteen è finito”, usato spesso e volentieri come “clava” dagli hater. il titolo dell’articolo in realtà è “Il boss non fa più canzoni, ma editoriali”, è stato ripubblicato all’interno di uno speciale più ampio da IL Magazine, il bel supplemento mensile de Il Sole 24 Ore, che da poco ha debuttato anche sul web. La frase “Perché Bruce springsteen è finito”, senza punto di domanda, è quella che compare in automatico nella condivisione social. L’articolo, infatti, è in realtà del 2012, venne pubblicato originariamente su New Republic in come “Washington Diarist: A Saint in the City” ai tempi del tour di “Wrecking ball” ed è una risposta al ritratto del New Yorker pubblicato lo stesso anno (in italia pubblicato come libro da Feltrinelli )

Ma questo articolo, il suo titolo social, le sue argomentazioni, la sua condivisione - per lo più senza leggerlo, e usato come spunto per altri ragionamenti - dimostra una cosa: su Springsteen è impossibile un discorso lucido, che prescinda dalla dinamica fan/hater. Vale per gli addetti ai lavori (mi ci metto anche io, ed è noto da che parte sto) quanto per gli ascoltatori.

Allora, proviamo a mettere qualche paletto, prescindendo da questa logica, rispondendo ad alcune delle critiche dell’articolo in maniera non da fan?

Springsteen non fa più grandi album.
 L’ultimo capolavoro è “The rising” del 2002. Dopo solo dischi medi o mediocri, e (belle) raccolte di archivio, rilevanti per i fan. Qua in mezzo segnalerei la stupenda riesecuzione live in studio di “Darkness on the edge of town” del 2009 contenuta in "The promise", che rivaleggia con l’originale.
Personalmente non credo sia un’argomentazione valida per dire che è bollito: la storia del rock è piena di artisti che hanno costruito la propria fama sulla dimensione live. Springsteen ha 40 anni e passa di carriera, di capolavori discografici ne ha fatti parecchi, ci sta che abbia superato l’apice di scrittura e che non arrivi più a quei livelli. E David Bowie, che consegna un capolavoro come “Blackstar” a fine percorso è l’eccezione, non la regola.


Springsteen è invecchiato
Il volto è segnato. Ha 66 anni, i capelli hanno un colore improbabile. Ma non fa finta di essere diverso da quello che è. In uno dei due concerti, quello di domenica, l’abbiamo visto un po’ stanco, ma ha fatto 3h e 45’ di concerto, in maniera assolutamente naturale, e senza l'ausilio di effetti speciali. Non si aveva la percezione di “un vecchio che cerca di essere giovane”. Possono non piacere i suoi concerti (vedi sotto), ma quella è la sua dimensione.


I suoi concerti sono lunghi.
Il paradosso è che lo sono diventato ancora di più negli ultimi tour, dove sfiorano spesso le 4 ore. Ma qua rientriamo nel regno del fandom: perché dovrebbe farli più corti? Perché a qualcuno non piacciono? Basta non andarci, o andarsene via prima, nel caso.

Nei concerti di Springsteen c’è molta teatralità, molta recitazione
Un altro paradosso: era proprio l’articolo del New Yorker - ritenuto da molti “da fan” - a raccontare come Springsteen prepari in maniera meticolosa mosse, scenette, battute. Lo fa fino a renderle naturali, come un consumato attore.
Non si può pensare che un concerto sia totale improvvisazione. La produzione di uno show di quelle dimensioni è un lavoro enorme, e quelli di Springsteen non fanno eccezione, a partire dal design del palco: gli schermi servono per far vedere la band a tutti, anche chi è lontano, e le spie sul palco sono incassate per non bloccare la vista a chi è davanti, per esempio. E per le recite: le pantomime fanno parte di qualunque rock show. A chi non piace questa cosa, non piacciono tutti i concerti, non solo quelli di Springsteen.


Springsteen è un predicatore, è  politicizzato
E’ la critica centrale del pezzo di New Republic. Negli anni Springsteen ha accentuato questa dimensione, soprattutto in alcune canzoni, che sono “editoriali”, secondo l’autore: “We take care of our own”, che però non viene più eseguita in questo tour. L'atteggiamento è quello, non da ieri: la scena "I'm just a prisoner of rock 'n' roll" è un classico", e il concerto del Boss è dichiaratamente impostato come una sorta di liturgia salvifica. Per quello che riguarda gli ultimi concerti, a dire la verità, c'era poco parlato, e assolutamente nessuna predica o accenni alla politica: è un dato di fatto. Per rimanere sull’attualità, sull’attuale campagna elettorale Springsteen non è ancora intervenuto (tranne raccogliere un cartello “Fuck Trump I wanna dance with the Boss” in un concerto).  Vedremo nel prossimo disco.


Springsteen è il padre eterno del rock
Cari fan, rassegniamoci: la pacchia finirà, e non sappiamo quanto durerà. E' un padre, ma non è eterno e non è dio - anche se ai fan piace crederlo. Claudio Trotta, uno che Bruce lo conosce bene, dice che andrà avanti ancora per anni a fare questo tipo di show, secondo lui. Ma anche in questo caso, serve un po' di lucidità: non è il migliore in assoluto, perché non c'è un migliore in assoluto: qua si entra in una questione di gusti personale. E' uno dei più grandi di sempre, ed è in una fase particolare della sua carriera, quella di una lunga e intensa maturità.


II ragionamento più lucido, in tutti i thread che ho visto in questi giorni sui social, l’ho letto da un collega che è un non-sprinsgteeniano dichiarato, Paolo Madeddu:

Springsteen sta semplicemente facendo quello che nessuna rockstar della sua età si rassegna a fare: la figura paterna. E di fatto, riesce meglio lui in questo intento che Madonna, Jagger o Beyoncé o Miley Cyrus a fare pantomime sexy davanti a trentamila iPhone alzati. I megaconcerti sono un rito più cristiano che pagano.

La cosa che non si può non riconoscere a Springsteen, che siate fan o meno, è la consapevolezza di chi è, di qual è il suo ruolo, e di esercitarlo con professionalità e passione. Prendendosi dannatemente sul serio, senza prendersi troppo sul serio, come disse ad un keynote all SXSW qualche anno fa.

Se non vi è mai piaciuto, non troverete ragioni per farvelo piacere proprio ora. Se vi piace, lo amerete ancora di più in questa fase, che se possibile è ancora più calda ed empatica di quelle precedenti.

Ma se vi piace la musica, un concerto di Springsteen è una cosa da vedere, almeno una volta della vita.

(Gianni Sibilla)

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