La sesta volta di Bruce Springsteen a San Siro: la recensione del concerto

La sesta volta di Bruce Springsteen a San Siro: la recensione del concerto

“Don’t cry now”, canta Bruce Springsteen, quasi sussurrando. “Don’t cry now”. E poi un secco “Sssshhh!”. Ma da un angolo di San Siro parte un applauso ritmico, e un coro.
Neanche in quel momento, nel mezzo di “Drive all night” - la canzone più bella e intensa di tutta la serata - il pubblico dello stadio milanese riesce a fermarsi.

Perché è difficile non reagire alla musica del Boss dal vivo, ed è impossibile farlo in questo luogo, tra 60 mila persone adoranti che sono venute per la sesta volta in 31 anni ad officiare il rito del rock sul prato e sulle tribune del Meazza.
 
Di fianco a me ho una bambina, avrà sì e no 3 anni. E’ in spalla alla madre, che durante le canzoni più veloci balla e urla. La bambina ha i tappi per le orecchie, e un pupazzo di Minnie in mano, a cui fa battere le mani. Non capisce bene cosa sta succedendo, ma a fine serata balla come una matta anche lei, avvolta dalla madre in una bandiera americana, e trascinata dall’entusiasmo generale. Il rito, anche stasera, coinvolge tutti, grandi, ragazzi e anche i bambini: poco più avanti ne vedo un altro, qualche anno in più, cuffie anti-rumore e la maglietta dello Stone Pony: il fratello maggiore, che lo tiene sulle spalle, l’ha già educato bene. Scene così si vedono in ogni angolo: prato, primo, secondo e terzo anello.
Fuori dallo stadio, la coda per il pit era cominciata 5 giorni fa, e mai - raccontava il promoter Claudio Trotta in sala stampa prima del concerto - aveva visto così tante generazioni diverse accamparsi per un braccialetto che garantisse un posto sotto il palco.

Il primo concerto italiano di Springsteen in tre anni, il sesto in assoluto a San Siro dopo quelli del 1985, 2003, 2008, 2012 e 2013, comincia a sorpresa alle 17.30: Springsteen esce da solo, con chitarra acustica e attacca “Growin’ up”: è la prima volta in assoluto in tutto il tour che fa un “pre-show”, pratica consueta nei tour precedenti.

Dopo quasi tre ore, alle 20.16, risuonano nello stadio le note di Morricone, usuale introduzione all’entrata. La band sale sul palco, il Boss per ultimo. Guardano lo stadio: è dipinto di bianco e azzurro, la stessa tonalità della copertina di “The river”: i cartelli formano la scritta “Dreams are alive tonite”. Il colpo d’occhio è ancora più impressionante rispetto alla coreografia del 2013. Springsteen rimane fermo parecchio ad ammirarla, prima di guidare la band in “Land of hope and dreams”, la stessa canzone con cui aprì nel 2013, un classico che solitamente stava in chiusura.

Da qui in poi il concerto prende una piega completamente diversa: “The ties that bind” inizia a giustificare il titolo “The river tour”. A fine serata saranno ben 14 le canzoni dal classico del 1980, il numero più alto mai suonato dopo l’abbandono dell’esecuzione “front to back” nella parte americana. Le prime nove vengono eseguite in sequenza, anche se con qualche interruzione qua e là, tra cui una “Spirit in the night” più secca e corta rispetto alle torrenziali versioni del 2012-2013 e una cover di “Lucille” di Little Richard, scelta con un cartello del pubblico, e totalmente improvvisata sul momento, con la band che segue le direttive del Boss.

In alcuni momenti si ha l’impressione che la voce di Springsteen non sia al meglio, e che anche la E Street Band faccia fatica ad ingranare: “My love will not let you down” è sbilenca, e la batteria pulsante di Max Weinberg mette in luce il riverbero dello stadio, rendendo il suono impastato.
Ma è in quei momenti che viene fuori il mestiere: Springsteen si fa aiutare dal pubblico, che risponde prendendo per mano le canzoni con cori e interagendo con lui.  Lo show sembra totale spontaneità, ma è frutto di un lavoro gigantesco di studio e preparazione: dalle pantomime sul palco con i vari membri della band (Little Steven sembra lì soprattutto per quello), alla presenza di megaschermi - tre, uno dietro la band e due laterali - che riprendono i volti anche in primissimo piano, per portare il Boss vicino a tutti.

Perché tutti vogliono un pezzo di Bruce, e lui - 66 anni - scende di continuo tra i fan, usando le passerelle laterali, o anche quella che separa il pit dal resto del prato, con Jake Clemons, 30 anni meno di lui, che gli corre dietro  per raggiungerlo in tempo per l’assolo a centro stadio. Si presta a strette di mano, contatti, sguardi, anche a favore di telecamera per chi lo vede sugli schermi.

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Stasera il concerto funziona decisamente meglio sui brani più lenti, almeno nella prima parte: memorabili “Independence day”, “The river”, una spettacolare e intensa “Point blank”, a cui segue “Trapped” di Jimmy Cliff, che accende lo stadio quando la canzone passa dall’arpeggio iniziale all’urlo del ritornello.

Dopo una sequenza di pezzi veloci (bello il recupero di “Lucky town”, con Springsteen che si prende l’assolo finale), arriva il momento più emozionante del concerto, con “I’m on fire”, con una bella coda di tastiere, poi una “Drive all night” devastante: non è la prima volta che la suona in Italia, fu anche in scaletta nel 2009 a Torino. Allora c’era ancora Clarence Clemons, questa volta c’è il nipote: Jake è cresciuto come sicurezza, e anche senza la copertura della sezione fiati, ha la presenza scenica e i tempi giusti per reggere il paragone con lo zio. Bruce lo guarda soddisfatto dopo quell’assolo, e dopo quello di “Jungleland”, se possibile ancora più impegnativo, la canzone che apre i bis con un altro colpo al cuore per i fan.

Come al solito, in questa parte del concerto, Springsteen la butta in caciara, ma una caciara perfettamente gestita e organizzata per fa ballare tutto San Siro. Gli accordi iniziale di “Born in the U.S.A.” fanno letteralmente tremare lo stadio (è così ogni volta, e ogni volta la sensazione è un brivido che sembra inedito). “Dancing in the dark” è un ballo collettivo, con Bruce che chiama sul palco tre ragazze, due per Jake e una per sé, e un ragazzo per la violinista Soozie Tyrell: sembra il solito rito che in auge dai tempi del videoclip, ma vedendo il volto in lacrime di gioia della ragazza che balla con lui, capisci perché si ripete ogni volta. “Tenth avenue freeze-out” celebra, come sempre, la E Street Band presente e passata (con i volti di Clarence Clemons e Danny Federici che compaiono sullo schermo). “Shout” è irrefrenabile e interminabile, con Bruce che esce curvo e scherzosamente coperto da Little Steven con un mantello come un vecchietto, per poi tornare dopo un minuto sul palco a urlare a squarciagola ancora una volta.

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Sì, forse Springsteen è un po’ invecchiato - e il concerto di martedì ci dirà se quella che si vedeva stasera era semplicemente stanchezza. Ma parliamo di un uomo bionico, che ha fatto 3 ore e 44 minuti di concerto, 35 canzoni. Perché dopo “Shout” c’è ancora tempo e spazio per un ultimo numero. "You are the best audience in the world", dice in una delle poche parole dette in serata. E  attaca una “Thunder road” voce e chitarra.

E lì lo stadio, per la prima volta, si ammutolisce, in religioso silenzio, prima di esplodere sul verso finale, cantato in coro: “So Mary climb in/ It’s a town full of losers/And I'm pulling out of here to win”.

No, in questa città non ci sono perdenti, stasera, almeno dentro la stadio. Probabilmente non è stato il concerto più bello di Springsteen a San Siro. Una bella scaletta, varia tra rarità e classici, ma senza l’intensità del 2013, o l’emozione del 2003, sotto il diluvio. Ma parliamo di uno show di un altro pianeta, di un artista di un altro pianeta, nel luogo più bello della terra, almeno per 3 ore e 44'.

A vedere questo artista, a San Siro, si vince sempre.

(Gianni Sibilla)

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SETLIST

Pre-show, da solo, in acustico:
- Growin' up

Concerto:
- Land of Hope and Dreams
- The ties that bind
- Sherry Darling
- Spirit in the Night
- My Love Will Not Let You Down
- Jackson Cage
- Two hearts
- Independence day
- Hungry heart
- Out in the Street
- Crush on You
- Lucille (cover di Little Richard, prima esecuzione nel "The river tour 2016")
- You Can Look (But You Better Not Touch)
- Death to My Hometown
- The River
- Point Blank
- Trapped (cover di Jimmy Cliff)
- The promised land
- I'm a Rocker
- Lucky Town
- Working on the Highway
- Darlington County
- I'm on Fire
- Drive All Night
- Because the Night
- The Rising
- Badlands

Bis 1:
- Jungleland
- Born in the U.S.A.
- Born to run
- Ramrod
- Dancing in the Dark
- Tenth Avenue Freeze-Out
- Shout (cover degli Isley Brothers)

Bis 2:
- Thunder Road (da solo, in acustico)

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