Da riscoprire: la storia di “Surrealistic pillow” dei Jefferson Airplane

Da riscoprire: la storia di “Surrealistic pillow” dei Jefferson Airplane

Pochi dischi rappresentano compiutamente un’epoca, un luogo, un movimento. “Surrealistic pillow” dei Jefferson Airplane è uno di questi. Uscito nel 1967, è il simbolo della stagione della psichedelia americana, del flower power, dell’estate dell’amore consumatasi a San Francisco. In copertina sei capelloni posano reggendo strumenti che fanno pensare a un ensemble folk più che a un gruppo rock psichedelico. Dentro, la band californiana indica la strada per trasformare il rock-blues e il folk-rock in una musica visionaria e onirica, senza mai uscire dal solco della canzone pop. “Surrealistic pillow” svela al mondo l’esistenza di una controcultura potente sulla costa occidentale degli Stati Uniti. La San Francisco dei Jefferson Airplane è una specie d’isola felice, la Mecca degli hippie o, come la definì una volta il chitarrista Paul Kantner, “49 miglia quadrate circondate dalla realtà”.

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Secondo album della band, “Surrealistic pillow” viene inciso nell’arco di due sole settimane usando un registratore a 4 piste, per un costo complessivo di circa 8.000 dollari. La nuova cantante Grace Slick, proveniente dai Great Society, sostituisce Signe Toly Anderson e s’impone quale una voce imperiosa degli ideali utopici di quegli anni e sex symbol in un periodo in cui le donne rock muovono i primi passi. Ispirandosi al “Bolero” di Ravel e a “Sketches of Spain” di Miles Davis e Gil Evans, Slick scrive “White rabbit” mettendo assieme l’immaginario di “Alice nel paese delle meraviglie” e riferimenti alle droghe. Il Bianconiglio del titolo è un personaggio del libro di Lewis Carroll, ma anche il nomignolo di Owsley Stanley, fonico dei Grateful Dead e gran distillatore di LSD. Il grido potente di Slick, “Feed your head!”, diventa il simbolo di un’epoca. L’altro pezzo forte dell’album è “Somebody to love”. Scritto dal fratellastro della cantante Darby Slick e già pubblicato su 45 giri dai Great Society senza grande successo, è un inno all’amore in un periodo di grande sperimentazione sessuale. “Altro che Estate dell’amore”, commenterà Kantner, “avrebbero dovuto chiamarla L’età dell’oro della scopata”.

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