La questione delle cover band: l'articolo di Rockol, i commenti su Facebook, la replica dell'autore.

La questione delle cover band: l'articolo di Rockol, i commenti su Facebook, la replica dell'autore.

Sollecitato da un collega, sono andato a leggere i commenti pubblicati su Facebook a questo mio articolo.
Lo sapevo di far male, e ho avuto ragione.
E' desolante rendersi conto che si cerca di scrivere in italiano e di esprimere concetti semplici, e che la risposta - tranne alcune eccezioni, s'intende - è così poco costruttiva.
Intanto, e prima di tutto: possibile che chi ha letto il mio articolo non capisca che io non sono né a favore né contro la situazione che descrivo, ma che mi limito a fotografarla? Almeno qualcuno scrivesse "le cose non stanno come dici tu, ma stanno invece in quest'altro modo"...

Invece si va da quelli che non hanno il tempo o la capacità di articolare un'obiezione (Francesco Ferrara: "articolo che fa cadere le braccia. vorrei commentare alcune parti incredibili ma provo sincero imbarazzo anche solo per il punto di vista proposto. contenti voi…") e si pone come al solito in contrapposizione con degli anonimi "voi" - ma cosa li firmiamo a fare con nome e cognome, gli articoli?, a quelli che sbrodolano righe e righe di delirio ("e qui caro scribacchino che dovresti provare a metterti a testa in giu perchè se continui a guardare il sistema come lo vuole il mercato allora non ci saranno piu artisti e la musica potrebbe morire visto che da dritto come la vedi se non fai cover non puoi fare nemmeno inediti in (italia) se siamo messi cosi e grazie alla sua zero cultura musicale e se a essere ignorante e chi dovrebbe scrivere di musica si capisce la conseguenza che ne apprende chi legge le sue cazzate": ho fatto un copia e incolla del post, gli errori sono tutti nell'originale - e a Pablo Giordano posso solo rispondere che "ignorante e "scribacchino" potrà dirlo, a me e ad altri, se crede, quando lui sarà più capace di scrivere); e nel mezzo c'è di tutto.
Per fortuna c'è anche qualcuno che fornisce contributi alla discussione (Andrea Bellotto: "i gestori dei locali sono cambiati, rispetto a una volta è cambiato anche il pubblico, segnalo questo articolo altrettanto interessante"), qualcuno che argomenta (Cristiano Bucci: "oggi i 'nuovi' si fanno conoscere su internet che è gratis e accessibile a tutti. Almeno la metà delle facce nuove del pop ma anche dell'indie ormai sono youtuber…") e qualcuno che, pur con toni polemici, dimostra di sapere di cosa sta parlando e scrivendo, come Francesca Flat: "Affermo con assoluta forza che sento gruppi in giro ogni weekend (se volete faccio nomi e cognomi), con SUPER pezzi, pezzi migliori del 90% della merda blasonata che passa su Virgin o su altri canali patinati e molto 'trendy'. C'è un underground ricco e variegato e il motivo per cui non emerge è che manca la cultura all'ascolto: per forza, la cultura nessuno la fa più… la scelta è quella della via più facile, perché è più sicura la via più facile: con le tribute la gente non ha bisogno di "ascoltare" per ri-conoscere la musica .... perché la conosce già. E quindi arriva, ri-conosce (già conosce), nessuno sforzo intellettivo (ma....no pain, no gain...) e quindi si diverte facile, consuma facile").
Con Francesca, infatti, mi sono prima scritto e poi ci ho parlato, e parlando con lei (grazie!) mi è venuta un'idea che spero di poter mettere presto in pratica.
Ma quello che vorrei poter dire a tutti quelli che hanno letto il mio articolo è che se ho scritto quelle cose è perché le conosco bene; e già che ci sono vi spiego anche come faccio a conoscerle.
Mi occupo di artisti, come si dice "emergenti" da quindici anni. Partecipo regolarmente a giurie di concorsi, sono stato quattro volte in commissione ad Area Sanremo, ho avviato iniziative - sempre gratuite - di scouting ("Radar", nel 2009 e 2010, con Massimo Cotto; AscoltAutori, nel 2012, con Mario Cianchi); e da quattro anni organizzo una ricerca di giovani autori che si chiama Genova per Voi e - nel suo piccolo - ha già ottenuto qualche buon risultato, facendo firmare contratti retribuiti da autore a tre vincitori. Quindi so di cosa parlo, perché con i giovani musicisti ci parlo molto e regolarmente.
Ma ho deciso di smetterla di cercare di aiutarli attivamente a risolvere il problema dei locali che non fanno suonare chi propone pezzi propri. E ho deciso di smettere a seguito di un'esperienza personale che vi racconto in breve.
Tre anni fa, tornato nella mia città (Brescia) dopo anni di assenza, ho cercato di rendermi (gratuitamente e, scusate se me lo dico da solo, generosamente) utile a tutti quelli che incontravo qui a Brescia e mi dicevano di non riuscire a proporre dal vivo le loro canzoni.
Allora sono andato a parlare con un locale della città, un locale ampio pulito e accogliente e vicino a una fermata della metropolitana, e ho convinto i gestori a metterlo a disposizione per le "lunch sessions". Sapete cosa sono? Sono i concerti all'ora di pranzo, quelli che hanno forgiato i Beatles al Cavern. La proposta era semplice: bastava iscriversi, gratuitamente, prenotare un giorno a scelta dal lunedì al sabato, e per un'ora, dalle 13.30 alle 14.30, si poteva andare a suonare in quel locale, su un palco allestito nell'area in cui i clienti abituali pranzano a mezzogiorno. Impianto e backline a disposizione, permessi e burocrazia sistemati, batteria già montata, una tastiera standard già collegata: bastava arrivare lì, attaccare le chitarre e cominciare a suonare. Compenso: il pranzo pagato. Inoltre, una volta la settimana il gruppo che nel corso della settimana precedente avesse ricevuto le valutazioni migliori (scritte sulle tovagliette sottopiatto di carta appositamente stampate) sarebbe stato ingaggiato per suonare la domenica sera, 300 euro di cachet.
Ripeto: niente selezione, niente favori agli amici degli amici, nessuna preclusione su generi musicali. Ho fatto uscire con la notizia i giornali della città, ne hanno parlato la radio e le televisioni, abbiamo aperto una pagina Facebook e un indirizzo gmail per le iscrizioni.
Volete sapere quanti hanno colto l'occasione di poter finalmente suonare le loro canzoni davanti a un pubblico? Ve lo dico subito: si è iscritto UN gruppo. Un gruppo solo. E tutti gli altri, quelli che piagnucolano perché vorrebbero tanto poter far ascoltare i loro capolavori alla gente? Niente. Zero. Nada.
Prima che da laggiù arrivi la voce del solito che ha capito tutto e pensa che ci fosse sotto il trucco: il locale aveva già la sua clientela abituale all'ora di pranzo, quindi non cercava di attirare gente con la musica; non avrebbe aumentato i prezzi né aggiunto un ticket "per la musica", e se aveva un problema (e lo capisco) era che arrivasse qualcuno che suonasse a volume troppo forte da disturbare gli avventori. Ma non c'è stato il modo di accorgersene, perché l'iniziativa non è mai partita.
Dopodiché, ho deciso che non avrei più mosso un dito per aiutare gente che non solo si lagna perché non la fanno suonare, non solo non si dà da fare per trovare un posto dove suonare (sbattersi un po' no? o bisogna aspettare che ti vengano a prendere a casa con il taxi per portarti a suonare, magari anche lautamente remunerato?) ma quando qualcuno gli dà l'occasione di poter suonare le sue canzoni non solo non la coglie, ma oltretutto si lamenta perché in Italia "non si fa cultura musicale" - vedi Leo Jay Felix: "Che scemenza, molti locali o fanno parte di associazioni culturali o sono associazioni culturali. SOLO in Italia c'è questo monopolio perché la gente è ignorante, non studia musica e non sa guardare oltre i propri piedi. Continuare a fare karaoke in questo paese è sbagliato e basta perché alimenta questo sistema marcio e opprime la nascita di nuova musica". Gli ho già risposto, a Leo Jay Felix: "In Italia si costituiscono associazioni 'culturali' per ottenere vantaggi normativi o fiscali, non per fare cultura - purtroppo". E aggiungo: nessuno obbliga nessun musicista a rimanere in Italia, vada a cercare fortuna all'estero e a misurarsi con i musicisti di altri paesi. Poi ne riparliamo quando torna.
Comunque. Sull'argomento tornerò, prossimamente, perché da ignorante scribacchino ho ancora cose da dire. E Pablo Giordano se ne farà una ragione: nessuno lo costringe a leggere le mie - come le definisce lui - "cazzate".

Franco Zanetti

 

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