Ben Harper: “Non lascerò più gli Innocent Criminals” - VIDEOINTERVISTA

Ben Harper: “Non lascerò più gli Innocent Criminals” - VIDEOINTERVISTA

Cappellino di lana rossa, maglietta di Woody Guthrie, sorriso aperto: Ben Harper si presenta ad una Feltrinelli di Milano piena zeppa, alla fine di una lunga giornata di promozione in radio per presentare “Call it what it is”, il disco del ritorno con la storica band, gli Innocent Criminals, pubblicato un mese fa, nove anni dopo “Lifeline”.

Il programma prevede qualche chiacchiera, due canzoni, spazio per un firmacopie, ma dell’ultimo album. Finirà con 7 canzoni, suonate in acustico, e alla fine una foto e un autografo per tutti.

Il cantautore californiano è generoso, non si tira indietro. Non si nasconde dietro frasi di circostanza. Lo abbiamo incontrato poco prima dell’esibizione. Ci ha accolto con un sorriso: “E’ un passato un po’ di tempo, eh?”. Non dall’ultima volta che è venuto in Italia, che è uno dei suoi paesi d’adozione e dove è venuto a suonare con regolarità, ma sicuramente dall’ultima volta che lo abbiamo intervistato. E anche dall’ultima volta che ha fatto un bel disco, dopo i progetti discutibili come l'album "Childhood home", inciso la madre. Gli chiediamo subito conto del ritorno con gli Innocent Criminals, la band con cui ha suonato per 15 anni, dagli esordi e che ha sciolto nel 2008. Un gruppo di musicisti straordinari che ha definito il suono di Ben, un misto tra rock, funk, soul e acustico.

“Eravamo tutti impegnati, e il tempo passa in fretta, quando hai da fare. Abbiamo suonato assieme l’anno scorso, ma abbiamo riconfigurato la nostra unione e ritrovato la nostra chimica solo una volta che siamo tornati in studio”, ci racconta. “E  ci siamo riusciti, credo: lo vedo dalle reazioni della gente a questo disco. Volevamo andare avanti, cercare posti nuovi, piuttosto che guardarci indietro e tornare sui nostri passi”.

“Call it what it is” segna anche un ritorno a temi più politici: il razzismo, soprattutto, tristemente tornato di attualità dopo i fatti di Ferguson e le polemiche della comunità afroamericana nei confronti dell’atteggiamento di una parte della polizia americana. “Ma ne ho sempre parlato”, dice. “Fin dai primi dischi, o da canzoni come ‘Like a king””, e snocciola a memoria i titoli di canzoni come “With my own two hands”, “Better way”. “Mi è impossibile pensare di fare musica senza raccontare il mondo che mi circonda. In questo disco non c’è solo la politica. Ci sono tante storie in parallelo, c’è la storia di un gruppo di musicisti che torna a suonare assieme. ma se dovessi riassumere tutto in poche parole, o in una sola, direi: ‘Crescita”.


Il futuro? “Continuerò a suonare con gli Innocent Criminals, sono la mia priorità. Continuerò a fare anche altri progetti, ma solo nelle pause dai Criminals, e prometto che saranno pause che dureranno mesi, non anni”.

Ben ci abbraccia sale dagli spogliatoi della Feltrinelli dove l’abbiamo incontrato, e sale di sopra, mentre l’assistente lo accompagna, portando due chitarre, un’acustica e la slide Weissenborn. Viene accolto da un’ovazione, inizia a cantare: “The power of the gospel” (non la suonavo da cent’anni!”, “Amen omen”, “Deeeper and deeper”, e così via. La Weissenborn rimane lì a lato, per tutta la durata, inutilizzata. “Già che siamo qua, vi va ancora una canzone?”. Se la mette sulle ginocchia e suona per quasi 15 minuti, una lunga e stupenda “Call it what it is” introdotta da una improvvisazione di quasi 10 minuti. Chiamatelo con il suo nome: un grande artista.

(Gianni Sibilla/Alfonso Aiozzo)

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