Eurovision, lo spettacolo perfetto da commentare sui social network. Ma le canzoni?

Eurovision, lo spettacolo perfetto da commentare sui social network. Ma le canzoni?

Uno spettacolo gigantesco, una macchina da guerra televisiva, un luogo di geopolitica e di intricate relazioni internazionali. Un contenitore per canzoni trascurabili, improbabili ma divertenti. Il programma perfetto per il “second screen”, da commentare su Twitter e sui social.
L’Eurovision è tutto questo, e altro ancora. L’edizione di quest’anno non ha fatto eccezione.

Ha vinto l’ucraina Jamala con “1944” - uno delle poche canzoni belle in gara, un mix tra elettronica ed etnica, un brano fortemente politico, dedicato alla deportazione dei Tatari in Crimea del 1944, ma con riferimenti molto evidenti all'attuale situazione con la Russia (che è arrivata invece terza). La dimensione geopolitica dell’Eurovision Song Contest non è mai stata così evidente come quest’anno.

Alcune note su questa edizione.

Francesca Michielin.
Al di là della bassa posizione in classifica, ha fatto una bella figura: si vedeva il suo amore per l’Eurovision, e l’ha fatto con lo spirito giusto, un mix di divertimento e determinazione. La scelta di cantare solo il ritornello in inglese di “Nessun grado di separazione” l’ha probabilmente penalizzata - tutta in inglese avrebbe inciso di più. Ma rimane una delle canzoni italiane più belle dell’ultimo anno. Nella sua versione originale, con basi elettroniche, è un brano  tradizionale e contemporaneo: molto meglio della versione “orchestrale” cantata a Sanremo, sicuramente era più funzionale alla messa in scena sul palco dell’Eurovision. Lei ha una presenza che migliora ad ogni passaggio: intensa, convinta. Brava, brava.

Lo spettacolo
Impeccabile come sempre: un light design da manuale, coreografie da "effetto wow", ma quasi mai sbracate e regia perfetta. Un piacere per gli occhi. Il ritmo, poi. All’Eurovision la conduzione è quasi assente e vedi 26 canzoni in due ore: da togliere il fiato (ma anche con poco tempo per metabolizzare le canzoni).

Bello (e fino a poco tempo fa impensabile) vedere l’Eurovision su Rai1. Ma il modo in cui è stata trattata la finale dalla rete ammiraglia è stato discutibile: prima un prologo com Federico Russo e Flavio Insinna nel ruolo degli “italiani all’estero”.  Poi, il commento fuori campo, invadente, tanto da coprire persino il momento del ringraziamento della Michielin. I banali filmati di “endorsement” dalle star Rai per Francesca, trasmessi per due volte, la seconda nel bel mezzo dello spettacolo.
Comprensibile l’esigenza di spiegare e localizzare l’Eurovision per un nuovo pubblico, però così era davvero troppo.

Le canzoni
Il rischio dell’Eurovision è di essere più che altro una bellissima scatola: se togli regia e light design rischia di esserci poco, dal punto di vista musicale. L’esempio era la Russia: coreografia spettacolare, con il cantante che interagiva con gli schermi luminosi. Canzone? Non pervenuta.
Già, le canzoni. A parte la nostra Francesca, quelle decenti erano quattro: il brit-rock anni ’90 della Georgia (“Midnight Gold” di Nika Kocharov and Young Georgian Lolitaz). l’Ucraina, come già detto. Il giovane pop alla Bieber dello svedese Frans (“If I were sorry"). Il pop elettronico australiano (ma come fa a intitolare un brano “Sound of silence”?).
La canzone del Belgio è l’esempio migliore di come all’Eurovision tutto assomiglia a qualcos’altro: l’ha scritta Selah Sue (brava e pure discretamente nota fuori da suoi confini), la cantava Laura Tesoro. “What’s the pressure” parte con un giro di basso copiato pari pari da “Another one bites the dust” e poi si trasforma in una disco anni ’70, una sorta di scopiazzatura di Chic/Nile Rodgers.
Per il resto ti ritrovi ad ascoltare cose che fanno sorridere solo a nominarle e che sono perfette da prendere in giro sui social network: una cantante tedesca vestita da giapponese (o da Pokemon, come si commentava con cattiveria su Twitter), un francese che scimmiotta i peggiori Coldplay. Country-rock olandese. Un band di metal-dance cipriota, che suona una quasi-cover dei Killers. Un’austriaca che canta in francese. E, nelle semifinali, un turco che canta per San Marino, con la voce e il look di Leonard Cohen su una base da Amanda Lear. I Depeche Mode del Montenegro. E così via.

Alla fine, con le debite proporzioni, il dubbio è lo stesso di Sanremo: ascolteremo qualche canzone fuori da questa cornice? Quanti artisti hanno avuto una vita fuori dall’Eurovision, negli ultimi anni?

Ma poi, importa davvero? Tanto l’anno prossimo lo guarderemo di nuovo, e ci divertiremo ancora come ci siamo  divertiti quest’anno. Non c’è nessun altro spettacolo paragonabile all’Eurovision Song Contest, questo è certo.

(Gianni Sibilla)

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