'Un viaggio dal buio alla luce': Adam Lambert presenta il suo unico concerto in Italia - INTERVISTA

'Un viaggio dal buio alla luce': Adam Lambert presenta il suo unico concerto in Italia - INTERVISTA

Questa volta non ha manette legate alla cintura, borchie di sei centimetri sulle spalle o gabbie alla Mad Max montate sulla giacca. Adam Lambert s'è messo alle spalle il camp e l'idea di diventare un ribelle edonistico che vuole liberare le masse. "Quei giorni sono passati", dice il cantante uscito da "American idol" che dopodomani, 4 maggio, sarà all'Alcatraz di Milano per l'unica data italiana del suo tour mondiale. Lo smalto scuro sulle unghie sta saltando, ma il resto è perfetto: giacca nera con inserti in pelle, pantaloni scozzesi sui toni del mattone, stivaletti anfibi che lo alzano da terra di una decina di centimetri. "Che concerto sarà? Sto ancora lavorando con regista, stylist, coreografo, addetto alle luci. Di certo metterò a frutto la mia esperienza nel teatro musicale e trasformerò lo show in una parabola emotiva. Si passerà dal buio alla luce. Le canzoni della prima parte tratteranno di problemi, lotte, ostacoli da superare. A metà concerto ci sarà un picco. E la conclusione sarà una celebrazione, una gran festa. I fan sono avvisati: farò canzoni che non mi hanno mai sentito cantare prima".

Adam Lambert arriva in Italia sull'onda della popolarità guadagnata grazie alla collaborazione con i Queen e dopo la pubblicazione, nel giugno 2015, del terzo album solista "The original high", una cosa decisamente distante dal rock. "È un disco elettronico, ispirato agli anni '90, però tutte le canzoni sono costruite su una base suonata da strumenti naturali. È moderno e classico, sintetico e organico. E anche lo show sarà così". L'album è stato prodotto in Svezia da Max Martin e Shellback, i due geni nordici del pop a cui ricorrono prima o poi tutte le star, a partire da Taylor Swift e Katy Perry. "Quei due sono, tipo, dei sensitivi. Non so come facciano, ma riescono a capire quel che le masse ameranno in futuro. E hanno un gran senso della misura: fanno musica complessa, ma sanno dove fermarsi per non respingere la gente. Per dire, ogni ritornello è lievemente diverso dal precedente, ma non te ne accorgi se non analizzi attentamente le canzoni. È arte. Non sono dei reclusi, come qualcuno dice. Non sono interessati al mondo delle celebrità, tutto qui. Se ne fregano delle stronzate del music business, gli interessa creare grande musica, roba vera".

Il titolo "The original high" fa riferimento al momento d'euforia provato la prima volta che abbiamo fatto qualcosa di totalmente soddisfacente e del tentativo di ricatturare quella sensazione. L'"original high" di Lambert è stato ovviamente salire sul palco. "L'idea che sta dietro al titolo è che siamo tutti alla ricerca di uno scopo, di qualcuno o qualcosa che ci faccia sentire vivi, che ci dia un po' di gioia. A volte ci riusciamo, a volte scopriamo che le cose che inseguiamo sono dannose. Di questo parla il disco, di questa esplorazione. È un viaggio senza fine. Nessuno sa la risposta, non c'è soluzione". È un album più cupo dei due precedenti... "Quelli riflettevano la persona che ero al tempo in cui li incisi. In quel periodo cercavo di capire la mia vera identità. Ora ci sono arrivato e mi chiedo: e adesso? Che cosa voglio fare con la persona che sono diventato? Con chi la voglio condividere? Dove vado? Il desiderio di qualcosa, un qualcosa che non si riesce a definire, né afferrare, è uno stato d'animo tipico della mia generazione".

Adam Lambert vive a Hollywood, dove sono ambientate molte canzoni di "The original high", ma è nato 34 anni fa a Indianapolis. Prima ancora di partecipare all'ottava edizione di "American idol" si è misurato con il teatro musicale da cui ha ereditato il gusto camp esibito in passato. "È stato divertente, ma ora voglio creare una connessione più profonda con i miei fan. E lo voglio fare con canzoni che sono sì personali, ma che raccontano cose attraverso cui passiamo tutti quanti. Voglio parlare a un noi intenso come comunità, come generazione. Penso che l'album rifletta uno stato di disillusione diffuso oggigiorno. Sopra alla testa di molti miei amici c'è come un punto interrogativo. Forse ha a che fare col mondo in cui comunichiamo, con i concetti di connessione e disconnessione. Sento molta confusione. Siamo in cerca di qualcosa, ma non sappiamo di preciso di cosa si tratta". È cambiata anche la sua idea di successo? "Quando il successo era solo una fantasia non sapevo quanto lavoro fosse necessario per ottenerlo. Ci vuole dedizione, energia. E devi imparare a incassare. Il mio lavoro visto da fuori è glamorous e al pubblico deve sembrare tale. Ma è tutto packaging: dietro c'è un sacco di fatica".

Quando Lambert apparve sulla scena nel 2009, fece parlare per la sessualità "alternativa", come la chiama lui. Mentre giornali e siti discettavano allegramente sulla sua omosessualità e gli attivisti lo incitavano a parlarne sempre più apertamente, lui si domandava che fare. "Non avevo un modello da seguire. D'accordo, c'erano stati Elton John e George Michael, ma non avevano fatto coming out a inizio carriera. Sei anni fa non era comune essere un cantante mainstream e avere una sessualità alternativa, non in America. Era un territorio inesplorato. La comunità gay era eccitata dal fatto che esistesse un cantante come me di cui si parlava tanto. Mi indicavano la maniera giusta, per loro, di affrontare la cosa. Volevano che fossi il ragazzo-poster dell'omosessualità". Pur non nascondendo la propria sessualità, Lambert non voleva urtare la sensibilità di nessuno, "specie in un mondo etero come quello della discografia. E insomma, tu vorresti celebrare quel che sei, ma capisci che molta gente ne ha paura. Non ti resta che cercare un punto di equilibrio". Sei anni dopo le cose sono migliorate? "Decisamente sì. La gente non è più a disagio con la comunità LGBTQ. Sta persino diventando mainstream. E sai cosa ha fatto la differenza? I gay che ci hanno rappresentati al cinema e in tv e hanno fatto capire che non c'è niente da temere da gente come noi. La paura viene da quel che non conosci".

Nei Queen, con i quali si esibirà in Italia il 25 giugno a Piazzola sul Brenta, Lambert ha trovato un mezzo potente per esprimere la sua parte più spudoratamente gay, come quando in concerto s'adagia maliziosamente su una dormeuse agitando un ventaglio e leccando il microfono. Freddie Mercury non sarebbe mai arrivato a tanto... "Erano altri tempi, se fosse ancora vivo sarebbe molto più aperto. Non nascondeva la sua omosessualità, ma all'epoca non se ne parlava. Era tabù. La gente dice che Freddie non ha mai fatto coming out, ma ci sono varie interviste in cui ammette apertamente la sua omosessualità. Lo diceva, ma la gente non ci voleva credere. E aveva un gran senso dell'umorismo. Oggi nel mondo del pop c'è molta competizione ed è facile prendersi troppo sul serio. Andare on the road con Brian May e Roger Taylor, ascoltare le loro storie su Freddie mi ha incoraggiato a vivere con più leggerezza".

(Claudio Todesco)

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