Il pop di Dario Faini fra i panorami islandesi di Dardust e la canzone italiana – INTERVISTA

Il pop di Dario Faini fra i panorami islandesi di Dardust e la canzone italiana – INTERVISTA

“Sono bipolare”, dice scherzando. Effettivamente l’attività musicale dell’ascolano Dario Faini è divisa nettamente in due. È compositore di canzoni pop di grande successo come “Magnifico” di Fedez, “Luca lo stesso” di Luca Carboni, “Io ti aspetto” di Marco Mengoni, “Occhi profondi” di Emma. Ma è anche, nascosto dietro allo pseudonimo Dardust, autore di dischi strumentali in cui propone una declinazione del pop ben diversa, motivi pianistici classicheggianti, a volte con l’aggiunta di archi, immersi in atmosfere elettroniche. Queste ultime sono ancora più marcate nel nuovo “Birth”, seconda parte di una trilogia inaugurata l’anno scorso con “7”. Quello era stato registrato a Berlino, questo a Reykjavik, il prossimo a Londra.

Anzitutto Dardust: perché l’Islanda?

Perché il posto influenza la musica. Prima di scrivere, io, il co-produttore Vanni Casagrande e il nostro visual designer Pietro Cardarelli andavamo in giro per l’isola con l’idea di trasformare i landscapes islandesi in soundscapes. E poi nello studio dove abbiamo registrato c’erano gli strumenti usati dai Sigur Rós, la celesta, lo xilofono, il glockenspiel.

Come nascono i pezzi di Dardust?

Solitamente parto da un’idea e da un suono. Ad esempio, il singolo “The wolf” viene dalla voglia di fare un brano su un lupo con un riff di piano e la cassa in quattro, qualcosa che richiamasse l’immaginario di “Game of thrones”, che torna anche nel pezzo con Bloody Beetroots. A volte invece improvviso al piano e ci costruiscono attorno un mondo emotivo e visivo.

Un pezzo s’intitola “Don’t skip (Beautiful things always happen in the end)”, un altro “Slow is the new loud”. Sono inviti ad abbandonarsi al flusso della musica…

È una sfida alla fruizione che si è imposta negli ultimi anni. Un tempo si ascoltavano i dischi due, tre volte. Si faceva uno sforzo di comprensione. Oggi skippiamo i brani se c’è qualcosa che non ci cattura nel giro di pochi secondi, figuriamoci uno strumentale che evolve lentamente. Sarà utopistico, ma sono per l’ascolto slow, un’attitudine che mi hanno restituito i neoclassici come Ólafur Arnalds, Nils Frahm, Max Richter.

Usi lo pseudonimo Dardust per segnare la distanza dall’attività di autore di canzoni pop?

Da quando è nato Dardust la mia scrittura pop è migliorata, e viceversa: le due cose si alimentano a vicenda. Passo da un mondo all’altro senza alcun problema, ed entrambi mi rappresentano. Io lo dico sempre che sono bipolare…

Quando hai iniziato a scrivere per altri?

Il primo brano che ho piazzato è stato una bonus track di iTunes nel greatest hits di Irene Grandi, quello di “Bruci la città”.

Poi sono arrivati i pezzi del giro di “Amici”, Alessandra Amoroso, Emma, Marco Carta, Antonino, Dear Jack…

Il lasciapassare è stato “Inverno”, un brano d’impronta genovese modernizzata che piacque molto ad Annalisa. La visibilità poi l’ho avuta con “La tua bellezza” che Renga ha portato a Sanremo nel 2012.

Come funziona la tua attività?

Non c’è regola. A volte riceviamo, e uso il plurale perché compongo quasi sempre con altri, richieste con alcune reference, tipo cinque o sei artisti internazionali da cui ispirarsi. A volte scriviamo liberi e poi decidiamo con l’editore a quale artista dare la canzone. Altre volte si scrive con l’interprete in studio, in modo da avere un feedback immediato. In tutti e tre i casi, se quello che sto scrivendo non mi arriva dal punto di vista emotivo, smetto di lavorarci su. Io e Diego Mancino abbiamo impiegato un mese a finire “Se tu fossi qui” di Noemi proprio perché non scattava la scintilla. Su questa cosa sono spietato.

Non curi arrangiamenti e produzione, quindi a un certo punto perdi possesso delle canzoni.

Sì, ma non essendo un cantautore, bensì un melodista, non la trovo una cosa negativa. È condivisione. E più condividi più energia ricevi. Ma è vero che a volte quello che ascoltate in radio è frutto di una visione diversa da quella degli autori.

Quali sono le fonti di ricavo di un autore, oggi?

Esecuzione nei live, passaggi radio-televisivi, e i cachet che riceviamo per cedere le nostre edizioni in esclusiva per uno, due, tre anni a un publisher. Viviamo di SIAE e di esclusiva. Guadagniamo anche dalla vendita dei supporti fisici, ma si vendono sempre meno CD e i ricavi sono scesi. Dai download si guadagna ancora di meno.

E dai servizi di streaming?

Quasi il nulla cosmico.

 

(Claudio Todesco)

 

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