David Bowie, Blackstar: l'opinione di Ivan Cattaneo

Lo scorso lunedì avevamo annunciato l'inizio della pubblicazione di una serie di pareri e opinioni di artisti e musicisti italiani sull'ultimo disco di David Bowie, Blackstar, raccolte in esclusiva per Rockol da Leo Mansueto. La devastante notizia della morte di Bowie ci ha indotto a rimandare la pubblicazione, che inizia in effetti oggi. D'obbligo segnalare che i primi tre contributi sono stati scritti e consegnati "prima" della morte di Bowie (troverete le date in calce).

 

IL DUCA NON E’ PIU’ BIANCO!

Ebbene sì: oggi David ci fa sapere che il Duca non è più bianco, ma è nero. Come la sua stella, la stella di David, appunto!
Una stella non più glitterata, ma fatta di velluto profondo e scuro!
Bowie tenebroso macabro-jazz, a volte corale-gotiko, a volte terrorizzato dal mondo e, pare, dagli effetti delle sue ultime vicissitudini cliniche. O dalla tanto temuta salute mentale.
Del resto, cosa avrebbe potuto fare di più un artista che ne ha sperimentate di cotte e di crude?
Un ritorno al Rock? Al Glamour? Ma per carità!
Già Sting, 200 secoli or sono, diceva che il Rock era cosa obsoleta. Già dopo "Sergeant Pepper's" si decretava pubblicamente la morte del Rock. Allora, perché insistere?
Capisco, quindi, e appoggio l'obiettivo e l'impresa del grandissimo artista multiforme, se non fosse che in tutto il nuovo album si annusa una perenne e intensa tenebrosità, un senso di arrendevolezza alla vita che ti lascia!
Alla fine risulta tutto troppo tetro e troppo prolisso.
Ma perché brani così inutilmente lunghi? “Yesterday” dura 1 minuto e 20 secondi.
Forse il Duca Bianco considera ormai la musica come un mantra infinito da usare come sottofondo per meditazioni catastrofiche e pessimistiche?
Al suo posto, visto che ha rinunciato a tutti i suoi bravissimi musicisti precedenti, avrei scelto anche come arrangiatore un Brian Eno o un giovane sperimentatore e dj. E non un Tony Visconti, navigato sì, ma un po' troppo vecchio nel modo in cui concepisce il suono della batteria, per esempio.
Si parla di jazz, ma di jazz questo nuovo disco ha ben poco, e per intenderci era molto più jazz “Black tie white noise”.
Quello che da anni mi aspetto da Bowie è una grande svolta. Alla Laurie Anderson, per intenderci. Uno sconfinamento deciso nei territori dell'avanguardia più pura, insomma, come aveva cominciato a  fare in album come “Outside”.
Invece mi ritrovo davanti a un Bowie “strano” sì, ma uno “strano” al rallentatore e con troppo pessimismo-sonoro. Ecco come etichetterei oggi la sua musica: pessimismo-sonoro o jazz-paranoico. Di gran classe, per carità, ma un po' fine a se stesso.
Anche il modo di cantare ha un incedere in chiave vittimistica e minore che suona esasperatamente insistito, e che risulterebbe invece molto più avvincente ed emozionale se usato così solo qui e là.
Ma ostinarsi a proporre per un intero album la stessa chiave espressiva, trasmette alla fine una sensazione di monotonia generale.
Il prodotto è ben confezionato e i testi sono di ottima fattura. Tutto elegante e da apocalittico-post-rock, ma tranne alcune bellissime ballate come “Dollar days”, il disco suscita ammirazione e rispetto, ma non accende la voglia di riascoltarlo una seconda volta, se non dentro una lussuosa colonna sonora per un thriller di serie A!
Ivan Cattaneo

(scritta il 4 gennaio 2016 - ecco il post scriptum)

 

Da lunedì 18 gennaio Rockol pubblica, in esclusiva, i pareri di alcuni artisti italiani sul nuovo album di David Bowie, Blackstar.

La prima uscita, firmata da Garbo, è leggibile qui.

La seconda uscita, firmata da Andy dei Bluvertigo, è leggibile qui.

L'iniziativa è stata curata e coordinata da Leo Mansueto, giornalista e scrittore, autore del libro "L'ultimo dei marziani".

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