Da riscoprire: “Storia di un impiegato” di Fabrizio De André

Da riscoprire: “Storia di un impiegato” di Fabrizio De André

“Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”, ammonisce Fabrizio De André al principio e alla fine del concept album “Storia di un impiegato”. Pubblicato nell’ottobre del ’73, è il lavoro più esplicitamente politico del cantautore genovese, una riflessione sul ’68, sulla lotta armata, sul potere. Dopo il concept ispirato alla “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters “Non al denaro non all’amore né al cielo”, De André riprende in mano il vecchio progetto di dedicare un disco all’anarchismo, che considera la più onesta fra le ideologie politiche “negative”. Per scriverlo, collabora per le musiche con Nicola Piovani, per i testi con Giuseppe Bentivoglio e con il produttore Roberto Dané. Dalle interminabili discussioni con quest’ultimo nasce l’idea di rielaborare la storia del maggio francese, il movimento che s’è propagato in tutta Europa facendo spirare un vento di cambiamento. Ma sono passati cinque anni e l’entusiasmo e l’allegria del ’68 stanno lasciando il posto all’atmosfera cupa degli anni di piombo.

Dopo un’introduzione in cui De André descrive “i cuccioli del maggio” che “lottavano così come si gioca”, entra in scena la figura dell’impiegato protagonista dell’album. Ispirato dall’ascolto della “Canzone del maggio” degli studenti francesi, il travet decide di uscire dalle sabbie mobili del perbenismo, dell’immobilismo, della paura. Progetta allora di fare esplodere un ordigno (“La bomba in testa”) e sogna il suo gesto e le sue conseguenze (“Al ballo mascherato”, dove riunisce le figure di potere che hanno guidato la sua esistenza, “Sogno numero 2”, “Canzone del padre”). Quando però entra in azione e cerca di fare esplodere il parlamento le cose vanno male (“Il bombarolo”) e si ritrova in galera. Lì scrive alla sua donna immaginandola assediata dai giornalisti in “Verranno a chiederti del nostro amore”, la canzone dell’album che più d’ogni altra resterà nel tempo. Si rende conto, in definitiva, che le azioni individuali sono votate al fallimento (“Nella mia ora di libertà”). Non esistono poteri buoni. La soluzione sta nell’azione collettiva.


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Usando la forma del concept diffusa nella musica d’arte di quel primo scorcio d’anni ’70, Fabrizio De André canta l’urgenza del cambiamento, lo spirito velleitario di chi pensa di risolvere tutto l’individualismo, le colpe di chi si chiama fuori e osserva, la viltà di chi s’accuccia sotto l’ala protettrice del potere. Non c’è scampo, spiega il cantautore, siamo tutti coinvolti. E lo dice in testi calati nella loro epoca e pieni di riferimenti, tra cui un personaggio del poeta russo Evgenij Evtusenko di cui De André legge nel volume “La centrale idroelettrica di Bratsk”. La stessa “Canzone del maggio” è la traduzione piuttosto fedele del canto di protesta degli studenti francesi “Chacun de vous est concerné” scritto da una ricercata, tale Dominique Grange. Dané la trova grazie a Georges Wolinski, il fumettista ucciso nel 2015 nella strage di Charlie Hebdo. La politica è però giocata sul piano personale dei pensieri dell’impiegato che, scrive Dané nelle note di copertina, “paragona la sua vita fatta di buonsenso, individualismo e paure a quella dei ragazzi che hanno avuto il coraggio di ribellarsi al sistema che li opprimeva”.

Per raccontare con la musica il disordine dei sogni del protagonista del disco, De André s’affida a Nicola Piovani, non ancora premio Oscar, che fa l’arrangiatore per la Produttori Associati e che ha già lavorato a “Non al denaro non all’amore né al cielo”. Vien fuori un album originale, dove la classica strumentazione del cantautore convive con colori orchestrali da colonna sonora, fra passaggi prog e folk, echi di country & western e l’uso di grande effetto di un sintetizzatore, un fatto inusuale per De André. È un commento sonoro adatto a un disco che sembra un film e dove, per sfizio, Piovani piazza la combinazione di note ascoltate dalle campane di un convento di suore a Ivrea. L’album verrà criticato sia da destra, sia da sinistra. L’autore ribatterà d’essere interessato all’aspetto umano della vicenda, di aver voluto dare una lettura poetica del ’68. Come tanti album sottovalutati degli anni ’70, anche “Storia di un impiegato” è stato riscoperto per il suo carattere cupo, per lo sviluppo narrativo, per l’assenza di una morale consolatoria, e soprattutto per l’intensità. “È un pezzo di storia, esprime un’epoca”, dirà Dané intervistato nel libro “Belìn, sei sicuro? Storia e canzoni di Fabrizio De André”. “Forse avrebbe dovuto essere un film, comunque è un disco coraggioso”.
 

“Storia di un impiegato” di Fabrizio De André è disponibile su Legacy Recordings, che pubblica anche la raccolta "Fabrizio De André. In Studio". Sul sito dedicato all’immenso catalogo italiano e internazionale di Sony Music, puoi scoprire tantissime news, curiosità e promozioni dal mondo della musica. Un archivio con tutti i protagonisti, la loro discografia e l’opportunità di pre-ascoltare moltissimi brani.
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