Negli anni ’50 e ’60 gli immigrati afrocaraibici provenienti per lo più dalla Giamaica rappresentano un’imponente forza lavoro. Si crea una solidarietà sotterranea con i figli della classe operaia inglese affascinati dalla figura del rude boy giamaicano che ha modi duri, ascolta musica rocksteady, veste completi stilosi, con cravatte fini, cappelli pork pie, scarpe nere in pelle abbinate a calzini bianchi. Le sottoculture bianche e nere sono accomunate dal carattere anti-mainstream, parlano il linguaggio della strada senza rinunciare a segni d’eleganza. Come ha detto lo stilista Wayne Hemingway, “i rude boy erano esattamente quel che i ragazzi bianchi inglesi volevano essere”. E così i mod mettono insieme l’idea “smart” della cultura di strada e l’abbigliamento classico, rispondendo in modo creativo allo stile degli indo-occidentali. È una fusione ben rappresentata dalla Fred Perry Shirt, che viene usata sia dai mod che dai rude boy. Nato come capo d’abbigliamento sportivo, pensato per i campi da tennis, la Fred Perry Shirt diventa il simbolo della nuova idea d’eleganza dei giovani inglesi, è la perfetta sintesi di forma e funzione: i modernisti la possono indossare tutta la sera in un club e mantenere un aspetto stiloso. Il “nero” proviene anche dagli Stati Uniti. Soul e rhythm & blues sono alla base del repertorio delle band associate al mod come gli Who, che suonano cover di James Brown, infondono nuova energia a “Leaving here” di Eddie Holland, interpretano “Heat wave” di Martha and the Vandellas.
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