Little Steven racconta “The river”: “Bruce Springsteen è un tipo un po' estremo” - VIDEOINTERVISTA

Little Steven racconta “The river”: “Bruce Springsteen è un tipo un po' estremo” - VIDEOINTERVISTA

E’ tutta colpa sua, o quasi. Se, tra il ’79 e l’80 Bruce Springsteen arrivò a quel suono, a incidere un disco fatto in larga parte di canzoni rock più dirette che in passato è colpa di Steven Van Zandt, in arte Little Steven. Suo amico storico, braccio destro e co-produttore di “The river”. Amante di quel sound derivato dagli anni ’60, che pure Springsteen amava, ma che aveva tenuto fuori dai suoi album, fino ad allora. Venerdì 4 esce finalmente ““The ties that bind - the river collection“, il box di 4 CD e tre dvd che racconta quel periodo, con un abbondanza di inediti che recuperano quel suono: il power-pop di “The ties that bind” (che doveva essere la title-track della versione singola dell’album, poi scartata e qua recuperata), il rock di metà dell’album, e di molte tracce riscoperte - assieme alle ballate più riflessive, sul diventare adulti, che compongono l’altra faccia di “The river”. E, a parte Springsteen in persona, non c’è nessun altro che possa raccontare quel periodo meglio di Little Steven. Il Boss lo fa nello stupendo documentario contenuto nel box. Noi invece abbiamo incontrato Little Steven, di passaggio a Roma due settimane fa, dove era presidente del Fiction Fest e dove presentava l’ultima stagione della sua “Lilyhammer”. Bandana e vestiti sgargianti d’ordinanza, simpatico e aperto come te lo immagini, Steven ci ha parlato di quel periodo, della sua decisione di uscire dalla E Street Band, del suo ultimo lavoro discografico - la produzione di Darlene Love.

(Gianni Sibilla)



Di una ristampa di “The River” si parla da molti anni. C’era molto materiale da parte su cui lavorare? 
Bruce lavora con diverse persone, soprattutto con Toby Scott, il suo ingegnere del suono, che si occupa di queste ristampe. Va negli archivi e trova di tutto. Ma questa uscita è eccezionale. Tutte le ristampe lo sono state: Per "Born to run" hanno trovato un concerto intero che nessuno di noi si ricordava fosse stato filmato, un documento fantastico perché in quel momento non c’era nessun motivo per filmarci. Per “Darkness" hanno trovato un bel po’ di grandi canzoni. 
E anche questa volta, hanno trovato altre canzoni inedite. E’ incredibile, perché da quel periodo avevamo già trovato un album di outtakes che abbiamo pubblicato su “Tracks”, che per me è una delle cose più belle della E Street Band. 


“The river” originariamente venne inteso come disco singolo, poi si passò ad un doppio.
C’era tanto di quel materiale… Abbiamo inciso qualcosa come 50, 60 canzoni per un disco. Lasciamelo dire: di solito per un album non ne incidi neanche 20. Puoi averne un po’ non terminate, ma qua parliamo di 40 grandi canzoni complete… Siamo partiti da singolo che è diventato disco doppio, che poi è diventato un triplo con “Tracks” e ora è un quadruplo.

Quello è stato un periodo importante per te, nella band.
Si, è il mio periodo preferito. Venni coinvolto di più, Bruce mi chiese di co-produrre il disco: sono gli unici due su cui ho lavorato in quel ruolo, quello e il successivo con la E Street Band, “Born in the U.S.A”. Hanno un posto speciale nel mio cuore. 
Ma credo che “The river” sia stato il punto più alto della band. Questo è stato il momento in cui eravamo al nostro meglio, e credo che il disco lo dimostri. 

“The ties that bind", la canzone che dà il titolo al box e che doveva essere il titolo della versione singola: quello sei tu, il tuo suono, la tua chitarra.
Si, è una canzone che amo. Quel power pop, il suono della British Invasion, quel rock ’n’ roll era la mia passione e la mia identità. E lo è ancora. Metto il suono dei sixties in ogni cosa che faccio, e in quella canzone si sente bene.

Però, prima di “The river”, Bruce faceva resistenza a mettere canzoni con quel suono.
Bisognerebbe chiedere a lui perché. Per me era una causa persa in partenza. Ci provavo con ogni canzone di quel genere, e perdevo sempre. Credo fosse conscio di quello che voleva fare: ritagliarsi un posto nella storia del rock, artisticamente. Aveva una disciplina ferrea, in questo senso. 
E certe volte era un po’ estremo. E’ un tipo un po’ estremo, in generale: cercava di pubblicare le cose più originali. Credo che oggi ammetterebbe di essersi sbagliato: ognuna di queste outtakes, sia quelle di “Tracks" che quelle di questo box, suonano come Bruce Springsteen e la E Street Band, non come altro.

Cosa ti ricordi del tour di “The river”?
Credo sia stato il nostro migliore. Era eccitante, stavamo diventando famosi in quel momento. Quel tour in cui letteralmente esplodemmo. Fu incredibile, perché non te lo aspetti. Non  importa quanto sia sicuro di te stesso e convinto di quello che fai, non puoi mai sapere quando arriverà quel momento. 
La prima canzone che produssi, “Hungry heart”, fu anche la nostra prima hit. Ci bastò  per far aumentare esponenzialmente il seguito dal vivo. 3 milioni di copie - e credevo che fosse impossibile venderne di più. Esaurivamo i palazzetti. Eravamo alla radio per la prima volta. Fu incredibile e ci portò al nostro primo tour europeo.

Fu anche il tuo ultimo tour con Bruce per quasi 20 anni. Sei uscito dalla E Street Band durante la lavorazione di “Born in the U.S.A.”. Fu una decisione difficile da prendere?
Pensandoci ora, fu una decisione assurda. Ma al tempo sembrò logica. Forse perché al tempo ero diventato ossessionato dalla politica e volevo andare a vedere cosa succedeva nel mondo, da solo. Si fanno queste cose pazze nella vita.

E’ vero, come si dice,  “Bobby Jean” è dedicata a te e alla tua uscita dalla band?
E’ quello che ho sentito dire, ma non l’ho mai chiesto a Bruce.

Arrivando al presente: hai prodotto “Introducing Darlene Love”, il disco del ritorno della cantante di Phil Spector e del “Wall of Sound”. Come è successo?
Chi ha visto ’20 feet from stardom conosce già la sua incredibile storia. Una delle più grandi vocalist e coriste di sempre, ma che ad un certo punto si è ritirata a fare la casalinga. Una delle più grandi voci di tutti i tempi Ci ho messo 30 anni a fare questo disco. Negli anni ’80 mi hanno avvisato quasi per caso che una sera avrebbe cantato ad un concerto di beneficienza, ho portato Bruce con me. Siamo riusciti ad incidere una canzone di Natale negli anni ’90…  Ci sono stati impegni, difficoltà perché nessuno le offriva un contratto discografico. E prima che te ne accorgi sono passati 30 anni… Ora ho un mio show radiofonico, una mia etichetta, e c’è stata l’occasione di completare quel progetto.
Ho pensato che fosse ridicolo che una voce del genere fosse così poco conosciuta. Ho chiamato autori importanti, e ne conosco un bel po’, l’ho fatta venire a New York da Los Angeles…. Sia io che Bruce che la E Street Band siamo debitori di quel suono, quella voce. Tutto quello che so, come musicista e arrangiatore, l’ho messo in questo album.

In Italia sta per andare in onda la terza stagione di “Lilyhammer”, la tua serie, in cui Bruce debutta come attore. è stato difficile farlo recitare?
Ad un certo punto stavo per fargli fare una parte ne “I Soprano”. Gli avevo scritto la parte: era il mio fratello italiano, che arriva ma non parla una parola d’inglese. Alla fine non siamo riusciti a girarla, ma abbiamo usato quell’idea anche in 'Lillehammer', in cui recita mio fratello maggiore, Giuseppe. Così abbiamo scritto quella sceneggiatura e quella parte apposta per lui. Volevo che fosse un ruolo importante - in fin dei conti era il suo debutto come attore, ed erano decenni che qualunque regista, anche il più importante, cercava di farlo recitare”.

Recita la parte un impresario di un impresario funebre.
 L'ha fatto per me e volevo che fosse grande.  Abbiamo lavorato sul look, cercando di renderlo diverso ma non troppo. Così che la gente capisse che era lui, ma con un piccolo momento di esitazione. Un momento in cui ti chiedi: 'E’ davvero lui?' E’ un modo per rendere il personaggio credibile. Ci siamo divertiti un sacco.

 

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