José González all'Alcatraz, il report del concerto

Sono i tipi tranquilli che vanno tenuti d’occhio. Uno come José González, ad esempio, svedese atipico, di quelli che non ti aspetti, così lontano sia nel nome che nella figura dai classici stereotipi nordici. Coperto da un casco di ricci neri, una folta barba e una camicia in leggero odore di hipsteria che lo rendono qualcosa a metà tra un folksinger dei tempi moderni e un raffinato stregone dai modi gentili, in grado di ammaliare il pubblico con la sua voce morbida. González è un portatore sano del concetto tanto trombonato di multiculturalità, un ideale punto di collegamento tra due mondi distanti, non solo geograficamente, come la Svezia e l'Argentina - González è nato a Göteborg da genitori argentini fuggiti dal loro paese dopo il colpo di Stato militare del 1976 - con un legame quasi simbiotico con la sua chitarra classica, capace di rendersi trasparente in favore dei suoi suoni, come se fossero prodotti naturalmente dallo strumento stesso e non dal musicista che ne fa vibrare le corde.

All’Alcatraz di Milano è andata in scena la tappa italiana del suo tour europeo in supporto all'ultimo lavoro in studio “Vestiges & Claws". Sono circa le 22 quando l’artista sale solo sul palco intonando "Crosses".  González si rivela dalle prime note per quello che è, un pifferaio magico dei tempi moderni che trasporta con mano sicura il suo pubblico in un viaggio tanto introspettivo quanto condiviso, accompagnato e scandito da tutta la platea. In scaletta i suoi piccoli grandi gioielli acustici: una selezione generosa di brani dal nuovo disco così come dai precedenti lavori, alcune cover provenienti da latitudini apparentemente lontane a rivelarne un'anima sensibile come la toccante "Hand on your heart" di Kyle Minogue - a proposito di mondi distanti che convergono - più una selezione dalla sua band/progetto parallelo, Junip, in cui mostra il suo spirito più melodicamente "elettropop".

Un grazie mille - che verrà ripetuto felice più volte nel corso della serata - seguito da un lungo applauso conclude il suo ingresso solitario e permette al musicista di introdurre la band al seguito: un percussionista, un batterista, un chitarrista e un polistrumentista (il cantautore londinese James Mathé, soprannominato per l'occasione "Barbarossa", cui viene data la parola per "Home", una delle numerose collaborazioni di José), chiamati a dare ai suoi brani “voce e chitarra” una veste live più corposa. L'atmosfera carica di suggestioni dolci, capace di portare l’ascoltatore lontano, è la grande magia lanciata da questo moderno menestrello che ricambia l’affetto dimostrato con uno show straordinariamente caldo, come solo uno abituato al gelo scandinavo potrebbe fare.

Una sfida vinta la sua, rendere un genere non facile, incline alle corde della malinconia - corde sempre e comunque essenziali, per noi anime sensibili - fruibile e appassionante in un locale di grandi dimensioni come l’Alcatraz, più legato all’elettricità degli strumenti. E invece sono battiti di mani, colpi di glokenspiel, schiocchi di dita e altre giocose fantasticherie acustiche a catturare l’attenzione e il silenzio che esigevano a dare peso agli arpeggi di González. Sono applausi liberatori quelli consegnati all’artista alla fine delle canzoni, quando ci si ferma per rimettere a posto l’accordatura e ripartire per una nuova meta. E sono ancora più forti quelli che accompagnano gli accordi di "Teardrop" - sì, proprio quella "Teardrop"! - il manifesto dei Massive Attack trasformato in una delicata melodia dalla straordinaria carica emotiva.

Un’ora di concerto che si conclude poco dopo le 23, quando le luci sul palco si riaccendono e si ritorna tutti alla realtà, dopo un viaggio intimo e vellutato in un mondo nuovo delicatamente sussurrato con singolare grazia dal musicista svedese e dalla sua band. E ci sarebbe davvero bisogno di un mondo così.

(Marco Di Milia)

"Crosses"
"What will"
"Deadweight"
"Hand on your heart" (cover Kylie Minogue)
"Every age"
"Walking lightly"
"The forest"
"let it carry you"
"Leaf off / the cave"
"Killing for love"
"Home" (James Mathé)
"This is how we walk on the Moon" (cover Arthur Russell)
"Teardrop" (cover Massive Attack)
"Heartbeats" (cover The Knife)

"Line of Fire"
"Open Book"
"Down the line"

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