NEWS   |   Italia / 29/10/2015

Più amore che furto: De Gregori racconta Bob Dylan - L’intervista

Più amore che furto: De Gregori racconta Bob Dylan - L’intervista

Francesco De Gregori ama profondamente Bob Dylan. Lo si capisce non solo da “Amore e furto”, l’album di reintrepretazioni e traduzioni che esce domani, 30 ottobre. Lo si capisce da come ne parla: lo ascolta da sempre, e l’idea di rifare le sue canzoni viene da lontano. Quando incontriamo il cantautore romano in un piccolo albergo milanese sui Navigli, è rilassato e contento del lavoro: cita versi e le canzoni che ama (e che non è riuscito a tradurre), racconta storie dei concerti che ha visto, apre orgoglioso una cartelletta con i manoscritti dei testi tradotti, pieni di annotazioni e correzioni, mostrando il lavoro certosino fatto. “Chiedimi quello che vuoi”, esordisce.
De Gregori viene accostato a Dylan da sempre. Ma il suo non è l’amore acritico ed ossessivo del fan. Non può esserlo, visto il suo lavoro: racconta di averlo conosciuto anni fa, ma lo scorso luglio, quando lui e Dylan hanno suonato nello stesso concerto, ha volutamente evitato l’incontro  -  per non ripetere forse una scena come quella che lui stesso racconta in “Guarda che non sono io”, l’incontro con un fan fuori da un supermercato che gli chiede ragione di una vecchia canzone, e la sua risposta:  “Se credi di conoscermi non è un problema mio”.
Il suo è l’amore consapevole e rispettoso di chi conosce il mestiere, e apprezza la grandezza del Maestro da ogni punto di vista. A tal punto che, ci racconta, nel tour che partirà il 5 marzo da Roma (biglietti in vendita da oggi), sta pensando di cantare per intero queste canzoni - in sequenza: “perché questa è un’opera che va ascoltata nella sua unità”.
C’è decisamente più amore che furto, in questo album il cui titolo richiama “Love and theft”, disco di Dylan del 2001. Un lavoro che unisce magistralmente la profondità delle versioni originali con la personalità di uno dei più grandi cantautori italiani. In questa lunga chiacchierata, De Gregori racconta non solo la storia dell’album, ma un suo rapporto con il Maestro che dura da più di 40 anni. 

(Gianni Sibilla)

Quando è nata l’idea di tradurre Dylan?
Il progetto in quanto tale, il volerne fare un disco, è nato recentemente: ci sto pensando da meno di un anno. In realtà la mia voglia di tradurre, non solo Dylan ma anche Cohen e Neil Young c’è da quando avevo 18, 20 anni e questa musica così potente mi sbatteva addosso. 
Io non sapevo l’inglese, il mio era scolastico. Ma mi tramortiva quel suono, e mi torturava l’idea di non sapere cosa volessero dire le parole che ci stavano dentro. Da lì ho cominciato a prendere il vocabolario e senza neanche avere i testi stampati, che al tempo non si trovavano, inseguivo il senso della parole. Prima in maniera letterale, poi cercando di renderle cantabili, visto che suonavo la chitarra.

Tutto questo quando succedeva?
Parliamo del ’64 o giù di lì: andavo in questo locale di Roma dove ho cominciato a lavorare giovanissimo; ho tradotto molte canzono di Leonard Cohen, credo un LP intero che poi è andato perduto: per fortuna, c’erano anche cose molto ingenue.

Questo disco ha un grande precedente, “Via della povertà”, tradotta assieme a De André, per il suo “Canzoni”, del ’74. Come nacque?
“Desolation row” è stata la prima canzone di Dylan che ho tradotto. Credo fosse il ’71 o il ’72. La cantavo al Folk Studio tra le 5 o 6 canzoni che facevo ogni sera. Una volta capitò De André, che se ne innamorò. Mi disse che la voleva incidere, mi chiese di rivederla assieme. 

La versione di “Amore e furto” è stata ritradotta ed è più elettrica.
Nell’entusiasmo della giovinezza io e Fabrizio inserimmo delle cose che non c’erano. Ci sentivamo talmente bravi a scrivere che mettemmo cose come i tre Re Magi o il caporale Adolfo, cose che Dylan non avrebbe mai usato. Per me è una canzone importantissima, ma non la potevo mettere in quella versione, così l’ho ritradotta, cercando di essere più vicino all’originale. L’arrangiamento di Dylan, quello cui si ispirò pure De André, è quello di una take irripetibile con una chitarra spagnoleggiante che venne improvvisata e tira avanti tutto il pezzo. Di fronte all’impossibilità di riprodurre una situazione del genere, ho elettrificato tutto, perché comunque la canzone arriva dal suo periodo elettrico.

L’altro precedente è “Non dirle che non è così”, incisa per la colonna sonora di ”Masked and Anonymous”.
Strana operazione, quella. Dylan fece quel film che a me è piaciuto, come quasi tutte le sue cose, anche le più strampalate. Lui volle per la colonna sonora una serie di cover fatte da artisti stranieri, pure uno giapponese… Ma io sono fiero possessore di un disco in cui sono in mezzo ai Los Lobos e a Jerry Garcia. Mi lascia supporre che Dylan sappia di uno che si chiama De Gregori che ha tradotto quella canzone.

In “Amore e furto” c’è una fedeltà quasi filologica nelle versioni - sia nella traduzione che nella struttura musicale e negli arrangiamenti. Una fedeltà cercata e voluta?
Sì, per due motivi: gli arrangiamenti sono talmente belli che sarebbe stupido andare a cambiare quello che ha fatto gente come Daniel Lanois o Mark Knopfler per quei brani. E l’altro è che invece nella traduzione inevitabilmente si perde qualcosa, quindi almeno negli arrangiamenti volevo essere più aderente. 
Nelle parole, il ritmo, la metrica ti impongono qualche cambiamento. C’è una ricerca della fedeltà che è sempre disattesa, perché non si può tradurre per filo e per segno. Per mantenere la bellezza e la gradevolezza della canzoni qualche cambiamento va fatto per forza.

Questa ricerca della fedeltà è interessante perché una delle “accuse” che si fanno spesso ad entrambi voi, a te e a Dylan, è quello di stravolgere le proprie canzoni in concerto.
Tradire se stessi… E’ roba mia, ci faccio quello che mi pare. Quando affronti il lavoro di un altro, invece, devi avere umiltà, disciplina. Chi ti dà il permesso di tradirlo? Cammini sulle sabbie mobili, facendo questo lavoro. Ti salvi perché lo ami, e io amo questo materiale: in nome di questo amore, accetto anche la sconfitta di non essere riuscito a tradurre tutto,

Qualche graffio, qualche personalizzazione però c’è. Come è nata la citazione di “Pezzi di vetro” in “Un angioletto come te”?
Non è una citazione: è incredibile, ma è così. Lui dice “You could be known as the most beautiful woman/Who ever crawled across cut glass to make a deal”. E’ una traduzione letterale.

E poi quel “Puoi chiamarmi Generale”  in “Servire qualcuno”...
Perché lui canta “You may call me Bobby, you may call me Zimmy”: sta alludendo a se stesso. Non potevo cantare le stesse parole, dovevo anche io alludere a me stesso.

Essendo versioni modificate degli originali, le hanno dovute approvare Dylan e il suo management?
Sì, funziona così: tu le traduci, poi ritraduci in inglese la tua versione, e loro le approvano. Non è stato un processo lungo, credo che avvenga di default. Dylan è molto tradotto, credo sia contento e anche rassegnato alla non completa fedeltà. Quindi lascia fare.

Come sono state scelte le canzoni da rielaborare?
Si sono scelte da sole. Non dico che le conosco tutte, ma ho nella mia testa il corpus dylaniano. Quando ho deciso di fare questo disco, ho deciso di lasciarle navigare. E se mentre guidavo o guardavo la TV mi veniva in mente una canzone, se trovavo un aggancio plausibile andavo avanti. Se no, lasciavo perdere.

Quali non sono riuscite, per esempio?
“My back pages”, con quel meraviglioso “I was so much older then, I’m younger than that now”, che è forse il verso preferito di Dylan di tutti. Ma non si può tradurre, come fai su quella linea melodica?

Alcuni pezzi sono minori anche per i fan, outtake degli anni ‘80 come “Dignity” e “Series of dreams”. C’è molto Dylan di quel periodo.
Sì, ma è casuale - sono andato dopo a vedere da che disco provenivano. Sono stati anni forse infelici per lui, dal punto di visto del mercato, gli ’80 e i ’90. Ma lui ha scritto dei capolavori come “Not dark yet”, in quegli anni.

“Gotta serve somebody” arriva dal periodo “cristiano” di Dylan, la fine degli anni ‘70. Come mai proprio quel brano e quel periodo?
Tolta da quel contesto, ci si trova una canzone impressionante. Per noi, senza quei riferimenti biblici, diventa una canzone sul libero arbitrio, sul dover sempre servire qualcuno, appunto.

Le canzoni di Dylan sono ricche di citazioni bibliche, così come quelle di Springsteen. Cosa invece quasi completamente assente nella canzone italiana. Come mai?
Noi non abbiamo la Bibbia come riferimento, abbiamo il Vangelo. La diffusione del Vecchio Testamento in America è stata molto più radicale e capillare, è quasi un abbecedario. Tanti riferimenti biblici per noi sono quasi incomprensibili, mentre il Vangelo entra nelle nostre vite personali, di cattolici o meno.

Che reazione possono avere gli ascoltatori di De Gregori e di quelli di Dylan di fronte a un lavoro del genere?
Mi sono ritrovato con un disco che molti dylaniani di primo pelo non riconosceranno. Per molti in Italia Dylan è soprattutto “Like a rolling stone” e “Blowin in the wind”.  Qualcuno mi mi ha detto “sembrano canzoni tue” ed ovviamente mi fa piacere, ma è dovuto al fatto che gli originali non sono conosciuti.

Dopo un lavoro certosino del genere, è possibile ancora ascoltare la musica di Dylan e godersela?
Hai voglia! I testi di Dylan sono comunque fonte di gioia per la mia testa, anche se purtroppo non parlo così bene l’inglese da cogliere ogni sfumatura. L’ultimo album di Dylan, quello di reinterpretazioni di classici, mi piace - ma mi manca l’autore. Non ha mai scritto niente di banale. Ogni tanto mi leggo i suoi testi per il semplice piacere di farlo.

C’è stato un momento in cui è sembrato che fosse meglio non fare un’operazione del genere?
No. Il lavoro l’ho fatto di slancio e l’ho valutato alla fine, quando sono entrato in sala d’incisione. Perché finché stanno su carta e te le canti in camera è un conto. Quando le canti con la band, e capisci che c’è un suono… Fino a che non sono arrivato lì, c’è stato il rischio di buttare tutto. Ma non sarebbe stato buttare via, sarebbe stato comunque qualcosa che ho fatto.

Lo scorso luglio eravate in cartellone assieme a Lucca: De Gregori e Dylan nello stessa serata. E’ stato comunicato chiaramente che non avreste cantato assieme, che non vi sareste incrociati sul palco, e che aprivi solo il concerto. Non vi siete neanche incontrati?
No, non ho voluto. C’erano tutti i giornalisti che aspettavano di vedere se io andavo a bussare al camerino per vedere cosa sarebbe successo… Allora sono arrivato un minuto prima di salire sul palco, e un minuto dopo ero in macchina per andare in albergo. Non l’ho visto neanche in concerto, l’ho visto una settimana fa a Parigi. Sta facendo una serie di concerti bellissimi: sempre la stessa scaletta, ma suonata in maniera magistrale. L'ho incontrato invece tanti anni fa, nei camerini di un concerto a Roma, e abbiamo bevuto un bicchiere di vino rosso assieme.

Come verrà portato questo repertorio in tour?
Sto pensando di fare tutto questo album nella sua unità in sequenza, nella prima parte dello spettacolo. E’ un lavoro che va proposto tutto insieme, in maniera monolitica. Se qualcuno si annoierà sentendo 11 minuti di “Desolation row”, pazienza...

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