Partiamo dalla fine, anzi dal climax narrativo della vicenda – che i rocker conosceranno a menadito, peraltro. Il 19 febbraio 1980 Bon Scott, frontman degli AC/DC, viene trovato cadavere sul sedile anteriore di una Renault 5, a Londra. È morto da solo, dopo una notte di eccessi, a 33 anni – e con un tempismo tragicamente perfetto.
La sua band ha pubblicato il settimo album durante l’estate precedente e sta iniziando – dopo anni di durissimo lavoro sui palchi di tutto il mondo – a essere considerata una vera forza nel panorama rock contemporaneo, soprattutto sulla difficile piazza statunitense. Per cui, morire in quel modo e in quel momento è una beffa, peraltro sottolineata dal titolo quasi profetico del disco in questione, ovvero “Highway to hell” – l’autostrada per l’inferno.
Questo episodio rappresenta il culmine di tutta la storia e “Highway to hell” ne è la colonna sonora perfetta: per le tematiche affrontate, per le vibrazioni maligne e maledette che emana, ma anche per il sound esaltante che inaugura.
L’album ha una genesi che definire tormentata è quasi un eufemismo. La band è in un butto momento, il supporto della casa discografica va scemando per mancanza di un successo commerciale planetario e il morale degli Young e dei loro compari è sotto ai tacchi. In più, proprio per tentare in extremis di spingere la band verso le parti alte delle classifiche, la Atlantic decide di fare valere il proprio peso e di imporre un produttore, estromettendo George Young e Harry Vanda – che fino a quel momento avevano sempre lavorato in studio con gli AC/DC, forgiandone il suono.
Di fronte ai diktat di chi finanzia, a poco valgono le rimostranze e il gruppo si trova in uno studio di Miami con Eddie Kramer, famoso per avere lavorato in precedenza con Led Zeppelin, Jimi Hendrix e Kiss – un curriculum stellare, di sicuro, ma non è una garanzia di buona riuscita, soprattutto alle prese con gli AC/DC. E infatti tutto ciò che può andare storto lo fa, tanto che dalle session non si cava un ragno dal buco.
Ci vuole uno scossone, di quelli forti. E infatti in quattro e quattr’otto gli AC/DC cambiano management (affidandosi all’intraprendente a aggressivo Peter Mensch, che già aveva nel proprio roster Aerosmith e Ted Nugent) e cambiano produttore, affidandosi a Robert John Lange – più noto come Mutt Lange: lui ha un curriculum meno sfavillante, ma ha prodotto “Rat trap” (hit dei Boomtown Rats) e ha lavorato con molte ottime band e artisti di genere pub rock, fra cui Clover, City Boy e soprattutto Graham Parker. In questa maniera nasce un sodalizio duraturo, ma anche un nuovo approccio sonoro della musica degli AC/DC, destinato a portarli a un successo ormai quasi insperato.
Con “Highway to hell”, Lange e il suo tecnico Tony Platt cercano di fare emergere quello che definivano il sound inglese rock e “grasso” – per intenderci, quello dei migliori Free. Quindi niente strati di strumenti sovrapposti fino a creare ammucchiate virtuali, ma piuttosto dinamiche guizzanti, ritmo e molto “respiro”.
Missione compiuta: la title track del disco, che è uno degli inni immortali firmati dagli AC/DC, è il manifesto di questo intento e della sua riuscita. È, in pratica, una versione aggiornata e più dura di “All right now” dei Free e Platt stesso ha spiegato in un’intervista di qualche anno fa:
“Highway To Hell” è forse il pezzo che è più debitore ad “All Right Now”, a livello di costruzione. [In una registrazione] interagiscono molti fattori. Il bancone del mixer era lo stesso usato per” All Right Now”. Quindi c’è un certo sound simile che deriva da quello. Il procedimento di incisione è un continuo compromesso, perché i microfoni non hanno la stessa sensibilità dell’orecchio umano per molti versi. E il cervello elabora i suoni in un certo modo. E quando fai passare il suono in cavi e altra roba, succedono molte cose.
Lange riesce anche a inoculare un nuovo elemento, una maggiore pulizia – che si traduce in una semplice piallata agli spigoli e alle asperità più evidenti – che rende la musica degli AC/DC più radio friendly, pur non scendendo a compromessi imbarazzanti e snaturanti. Ad esempio le voci e i cori più melodici – fino ad allora completamente assenti dalla formula del gruppo.
A questa amalgama di per sé già bollente, vanno aggiunti i testi di Bon Scott che, per l’occasione, decide di scrivere quasi esclusivamente di tre argomenti: sesso, lussuria e baldoria. Che uniti al torrido rock dalle dinamiche esaltanti dei singoli brani formano un cocktail esplosivo.
Per chiudere, non vogliamo trascurare un aneddoto legato alla cronaca, di cui è protagonista indiretto proprio un brano di “Highway to hell”, ovvero “Night prowler”. Nell’estate del 1985, infatti, un fan della band con evidenti problemi mentali – Richard Ramìrez ribattezzato dai media il “Night stalker”) – venne accusato di una serie di omicidi brutali nell’area di Los Angeles. Ramìrez era un vero fanatico del gruppo australiano e in particolare ascoltava ossessivamente un brano: proprio “Night prowler”. Questa vicenda di sicuro non giovò a livello di immagine ad Angus Young e i suoi, che dovettero più volte spiegare il significato del brano, molto lontano – nei loro intenti – dagli efferati omicidi a cui è poi stato associato. Stando agli AC/DC, infatti, il testo parla semplicemente di un ragazzo che sguscia di nascosto, una notte, nella stanza della sua ragazza mentre i genitori di lei sono addormentati, per dedicarsi a sane e innocenti attività amatorie.
"Highway to hell" degli Ac/Dc è disponibile su Legacy Recordings. Sul sito dedicato all’immenso catalogo italiano e internazionale di Sony Music, puoi scoprire tantissime news, curiosità e promozioni dal mondo della musica. Un archivio con tutti i protagonisti, la loro discografia e l’opportunità di pre-ascoltare moltissimi brani.
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