Keith Richards, l'ascolto di "Crosseyed heart"

Keith Richards, l'ascolto di "Crosseyed heart"

C’è una scena, raccontata in “Life”, la stupenda biografia di Keith Richards. Mick Jagger non vuole che le canzoni cantate da Keef in “Bridges to babylon” siano più di due. E' lui il cantante. Ma ce ne sono tre in ballo, e sono belle. Così due pezzi vengono uniti un lungo medley. Ora le canzoni tornano ad essere due: si salva la faccia e il ruolo di Mick e anche la qualità di Keith.
 La percezione di Keith Richards è cambiata negli ultimi anni, da quel libro. Non solo perché ha inaugurato un’infinita serie di autobiografie. Le canzoni di Keef, quell’episodio a parte, sono sempre state dei gioielli un po’ sottovalutati, a cui lui stesso ha dato peso fino ad un certo punto, per ragioni di stato. La sua voce rotta è magnetica ma sempre oscurata da quella potente e carismatica di Mick.

Questo disco non fa eccezione, e fa effetto che arrivi solo a 23 anni da “ Main offender" (1993). Era pronto da tempo, ma poi c’era il tour degli Stones, e Mick ha chiesto che non interferisse. Keef ha obbedito, ma poi si è rifatto. “Crosseyed heart” è uno stupendo album vintage; il tempo sembra non essere passato: ci sono i suoi musicisti di sempre gli Xpensive Winos, c'è pure il compianto Bobby Keys, scomparso nel 2014, ci sono suoni, scrittura e canzoni che sono sue e solo sue. Lo abbiamo ascoltato canzone per canzone, in anteprima, in attesa di un ascolto e di una recensione più completa, che pubblicheremo nei prossimi giorni.

(Gianni Sibilla)

“Crosseyed heart”
Un suono di chitarra acustica che sembra arrivare da lontano, che poi parte in un blues acustico. Un inizio quasi dimesso, o anzi un modo per mettere subito le carte in tavola: dal blues non si scappa.

“Heartstopper”
Un rock più dritto e diretto, con quel tocco inconfondibile, non solo nella chitarra, ma anche nell’ironia: “She’s a vegetarian, I love my meat. She likes it cool, I love the heat. But when she holds me something starts to loose”.

“Amnesia”
Una voce in lontananza, un “Uooh” ed  un riff. “Non so chi sono, chi è il mio nome”, canta, su un intreccio di chitarre. Un piccolo gioiello.

“Robbed blind”
Una ballata acustica, con la voce calda in primo piano, ed un pianoforte in sottofondo, una slide che entra sul ritornello. Una brano di una bellezza delicata e mozzafiato.

“Trouble”
Il singolo, già conosciuto. Rock ’n’ roll, riff e classe: che altro c’è da dire su una canzone così?

“Love overdue”
Uno dei grandi amori di Keef, il reggae: fiati e chitarra in levare, abbelliti da qualche ricamo che si intreccia con le voci e il resto del suono. “I’m a prisoner of loneliness”, canta Keith: ancora una volta il tema dell’amore perduto, raccontato a modo suo.

“Nothing on me”
Si torna al rock, con due chitarre che si intrecciano, una ritmica a sinistra e una ricama a destra, un organo quasi dylaniano in sottofondo, e la voce davanti. “No, they got nothing on me. They watch me like a hawk me, they even take me for a walk, they wait for me to squawk, but they got nothing on me”.

“Suspicious”
La batteria di Steve Jordan in primo piano, che sostiene la chitarra, ed un piano: ritmi un po’ rallentati, ma un suono sempre pulito e impeccabile, mentre Keef gioca con le rime “I told you from the start you better barricade your heart”.

“Blues in the morning”
Di nome e di fatto. La chitarra e la voce sono un po’ indietro, come se questo brano arrivasse da un’altra era, e forse è davvero così.

“Something for nothing”
Dei cori da lontano, poi la chitarra che entra quasi in crescendo. La linea melodica e il suono ricordano molto “Trouble”.

“Illusion”
Il brano in duetto con Norah Jones, che arriva a metà canzone, dopo un’intro con spazzole e piano. A quel punto, la voce di Keith quasi scompare, e sembra una canzone del primo disco della cantante (ed è un complimento). Le due voci, diversissime, si incrociano solo verso la fine, ed è un bel contrasto tra quella ruvida di Richards e quella pulitissima della Jones.

“Just a gift”
“How could I resist a kiss that doesn’t exist?”. Basata su un giro di chitarra acustica, con la voce sparata davanti, mentre Keith gioca sugli stessi temi. In un disco così solido, passa per una canzone minore, anche se non lo è. 

“Goodnight Irene”
Il classico di Leadbelly, datato 1933, è uno standard: l’hanno cantato Tom Waits, Willie Nelson, Frank Sinatra e chissà quanti altri. Una dichiarazione d’amore e d’intenti, un’ottima occasione per riscoprirla.

“Substantial Damage”
Quasi uno strumentale giocato sulle chitarre, con Keith che più cantare, recita e declama qua e là. Perfetta, nella sua irregolarità.

“Lover’s plea”
Una chiusura delicata, con una chitarra che ricama assieme ai fiati la supplica dell’amante, che è poi quello di cui parlano tutte le canzoni di questo album, cuori spezzati, raccontati come solo la voce e la chitarra di Keef sanno fare. Ora non farci aspettare altri 23 anni, eh.

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