NEWS   |   Recensioni concerti / 07/07/2015

I Grateful Dead, il racconto dell'ultimo concerto (visto al cinema)

I Grateful Dead, il racconto dell'ultimo concerto (visto al cinema)

I Grateful Dead sono come il baseball: un’istituzione tipicamente americana, un serbatoio di storie incredibili, una passione che laggiù si tramanda di generazione in generazione. E qualcosa che noi italiani apprezziamo solo vagamente, come una bizzarria di quei pazzi che stanno dall’altra parte dell’oceano.

Quando nei giorni scorsi dicevo ad amici e conoscenti che uno dei concerti che aspettavo di più l’avrei visto al cinema ed era quello dei Grateful Dead, ricevevo - se andava bene - sguardi di compassione, talvolta qualche battuta di scherno. Provavo a spiegare che il concerto finale della band, quello che si sarebbe tenuto al Soldier Field di Chicago domenica 5 luglio, era il concerto più atteso della stagione negli Stati Uniti. Sottolineavo che c’era gente disposta a pagare decine di migliaia di dollari per un biglietto. Ma gli sguardi non cambiavano.

Quando ho saputo che il Fare Thee Well, l’ultimo dei cinque concerti di reunion della band californiana per celebrare i 50 anni del gruppo, sarebbe stato trasmesso al cinema (da Nexo, in leggera differita rispetto allo svolgimento in America), ho fatto un salto di gioia. I Dead non hanno mai suonato in Italia (pur essendo passati diverse volte dall’Europa). Forse negli anni ’90 (quando ne avevo una ventina) sarei riuscito a vederli, ma erano in fase calante e al tempo non li ascoltavo: avevo solo sentito “Touch of grey” su MTV, ma non avevo capito la loro potenza dal vivo. Jerry Garcia sarebbe morto nell’agosto del ’95, poche settimane dopo un concerto proprio al Soldier Field di Chicago.

Sono andato al cinema immaginando di trovarlo vuoto, e vuoto non era. E di vedere sullo schermo solo vecchi hippie diventati quel tipico americano ricco un po’ molesto. Mi sbagliavo: al cinema non c’era molta gente, certo, ma i fan con le magliette erano diversi. E a Chicago il pubblico dei Dead, i Deadheads, veniva inquadrato in continuazione ed era molto variegato, e felice, e sereno. C’era chi aveva i capelli bianchi e probabilmente aveva visto centinaia di concerti tra gli anni ’70 e i ’90. E c’era molta gente della mia età e meno, 30-40enni, i figli che li avevano conosciuti grazie ai padri.

Alle 19,30 arriva il segnale via satellite, lo stesso che in America è andato in diretta, e che ha riempito cinema ovunque per soddisfare l'enorme richiesta. La band sale sul palco e attacca uno dei pezzi più famosi del repertorio: “China cat sunflower”, che poi sfocerà come da tradizione in “I know you rider” - qualcuno in sala accenna pure un timido applauso. 

A cantare la canzone sono i due membri aggiunti, Trey Anastasio (leader dei Phish) e Bruce Hornsby (che aveva suonato con la band degli anni ’90). Su Anastasio avevo letto cose contrastanti: troppo timido, oppure troppo se stesso. Troppo calligrafico nel riprodurre le parti di Garcia, oppure troppo inventivo. Vero tutto, ma nel senso buono del termine: svisava sui quei giri di chitarra che ai fan sono ben noti, senza tradirli, ma anche mettendoci del suo. I quattro membri originali sono invecchiati, e tanto: Bob Weir non ha più la faccia da ragazzino, è nascosta ormai da tempo da una barba bianca. Phil Lesh ha i capelli folti, ma mostra meno dei suoi 75 anni. Mickey Hart invece li ha tinti, e Bill Kreutzmann sfoggia una prominente pancetta. Sono californiani e si vede: sono vestiti in maniera iper-casual, Weir addirittura in pantaloncini corti e sandali. Sul palco, non hanno leggii, ma iPad; Weir sfoggia un Apple Watch al polso. E ha senso, perché la Apple è nata a pochi chilometri da dove sono nati i Dead: la cultura di riferimento è (quasi) la stessa.

La vista sul Soldier Field, spesso ripreso dall’alto, è impressionante: 70.000 persone, un sacco di colorate magliette tie-die. E tutti che ballano. Ballano persino le telecamere, ogni tanto. Come nella tradizione del baseball, i Dead tirano palle forti all’inizio, poi iniziano le “curveball”, i tiri obliqui, quelli che non ti aspetti, che cambiano direzione. Dopo “Estimated prophet”, con quel grido "California!", arrivano  “Mountains of the Moon”  e  “Throwing Stones”, a chiudere il primo set, musicalmente il più forte.

Il secondo set inizia senza che nessuno in sala se ne accorga: l’intervallo di un’ora, quello in cui passano film sui megaschermi, viene tagliato. E quando a Chicago è già buio parte la canzone più famosa della band: “Truckin’”. Che è anche l’unica che i musicisti hanno ripetuto in questi giorni: più di 60 canzoni diverse in cinque concerti. Una cosa che non facevano neanche 30 anni fa, e che non fanno neanche Springsteen o i Pearl Jam. Saranno pure vecchi, avranno pure un “Touch of grey”, come in una delle ultime canzoni, ma suonano da dio, e le lunghe jam sono coinvolgenti e rilassanti, complice l’aria condizionata del cinema che dà un po’ di sollievo dal caldo infernale milanese. E si arriva in fretta ad “Attics of my life”, commovente e corale, seguita da un inchino finale. 

Il concerto è stato lungo come una partita di baseball. E come una partita di baseball, molti in Italia lo avrebbero trovato noioso. Non sanno cosa si perdono, in entrambi i casi: i colpi a sorpresa, le sfumature psicologiche (o musicali), i fuori campo. O semplicemente un suono che è la quintessenza dell’America, anche se lo vedi in un cinema di una metropoli che fuori dalla sala vive un caldo equatoriale, più che californiano. 

E’ stato bello vederli al cinema, ma si esce con la consapevolezza che i Grateful Dead non sono finiti dopo la morte di Jerry Garcia, e non finiranno dopo questo concerto: continueranno a pubblicare musica, recuperandola dai loro archivi (questo concerto uscirà in CD a novembre). E, come è successo a me un po’ di anni fa, un giorno qualcuno, anche in Italia, ascolterà una canzone, sentirà una loro jam. Improvvisamente smetterà di trovarli noiosi e verrà fulminato, innamorandosi perdutamente di un suono unico e unicamente americano. 

(Gianni Sibilla)

 

SETLIST

Set1:
"China Cat Sunflower > I Know You Rider"
"Estimated Prophet"?
"Built to Last"
"Samson and Delilah"
"Mountains of the Moon > Throwing Stones"

Set 2:
"Truckin'"
"Cassidy"
"Althea"
"Terrapin Station"
"Drums > Space"
"Unbroken Chain"
"Days Between"
"Not Fade Away"

Encore:
"Touch of Grey"
"Attics of My Life"

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