Da riscoprire: la storia di "Kasabian" dei Kasabian

Da riscoprire: la storia di "Kasabian" dei Kasabian

In principio furono i Saracuse: era il 1997 e un gruppo di studenti che frequentavano il Countesthorpe Community College di Countershorpe (Leicestershire) iniziarono a vedersi, a suonare e a registrare di straforo presso i Bedrock Studios di Leicester, dove il bassista Chris Edwards lavorava.  Presto cambiarono nome in Kasabian, ispirandosi a un personaggi che definire controverso è quasi un eufemismo: Linda Kasabian, la giovane appartenente alla setta/banda di Charles Manson che fece da palo e autista la sera del 9 agosto 1969, quando Sharon Tate e altri suoi amici furono trucidati.

A questo gruppo di giovani fanatici di musica ci sono voluti circa sette anni per giungere al debutto sulla lunga distanza, ma – come si suol dire – l’attesa ha pagato. E con gli interessi. L’album di esordio, che è un classico “self titled” (ossia porta come titolo il nome della band, come se si trattasse di un biglietto da visita sonoro), giunge esattamente nel momento che potremmo identificare come l’inizio della fine del cosiddetto revival del garage rock dei primi anni Duemila: un’ondata di rock minimale e ruvido capitanata da band come Strokes, Libertines e – ovviamente – White Stripes, autori di quello che può essere definito l’inno di quella stagione: “Seven nation army”, nel 2003. Da quel momento iniziò la tipica “seconda ondata”, ossia il manipolo di nuove band che hanno avuto modo di metabolizzare la lezione degli iniziatori e che l’hanno metabolizzata – a volte trasformandosi in ottimi cloni, altre aggiungendo peculiarità e punti di vista molto personali. Ed è appunto ciò che accadde, tanto per citare solo due nomi, con i Franz Ferdinand e i nostri Kasabian.

La band, con “Kasabian”, cerca di mettere subito in chiaro una faccenda: loro non sono qui per cullarsi nel divertimento spensierato e ballare nei locali più cool del momento. Già, perché hanno anche un lato oscuro che pulsa e preme per schizzare fuori, esplodere e sfogarsi. Del resto la copertina del disco è emblematica: il volto stilizzato di un ultras con il volto parzialmente celato, per non farsi riconoscere in azione – secondo la leggenda l’illustrazione di Simon Corkin è stata ispirata da una foto che immortalava un tifoso della Lazio. E Serge Pizzorno ha confermato in un’intervista del 2004 che la cosa è in parte vera:

Guardate la copertina del disco: è un’immagine ispirata a un ultras italiano. Li rispettiamo perché sono davvero fanatici delle loro squadre.

E la musica? Siamo di fronte a una sorta di mash up che meticcia il garage rock dei primi Duemila con una fortissima ispirazione Britpop di derivazione Oasis – ma anche Stone Roses, Happy Mondays e Primal Scream e, più in generale, con lo sguardo e l’orecchio fissi verso la lezione della Madchester/Manchester della golden age. Insomma, non è solo rock lo-fi filoamericano e un po’ newyorchese, ma riflette anche il disagio e il modus vivendi delle grosse aree industriali del nord dell’Inghilterra, in cui le nottate dei weekend scivolano via dalle mani fra bevute, MDMA, anfetamine e club economici in cui sfogarsi senza freni – e magari rubare una scopata randomica, appoggiati alla porta mezza scardinata di un gabinetto alla turca.

Il pezzo-inno di questo mood è “Club foot”: tre minuti e mezzo (circa) di mulinelli chitarristici, inserti elettronici e ritornelli da cantare a squarciagola. Electro rock rozzo e ruvido, ben lontano da smalti, patinature e jet set. In tre parole: vero, coinvolgente, convincente. Non per nulla la canzone (oltre a essere il singolo con cui la band esplode) è piazzato in apertura dell’album... mossa quasi dovuta, anche se setta immediatamente il livello a un’altezza elevatissima, per cui non è possibile fare passi falsi in ciò che segue. Eppure la band riesce a consegnare alla storia un disco che mantiene promesse e premesse. Una sorta di colonna sonora per i ventenni degli anni Zero, che hanno sfiorato l’era del Britpop puro e stanno già abbracciando i nuovi afflati più elettronici, ma non disdegnano l’aroma di rock’n’roll.

Nota intrigante: i Kasabian, per creare questo capolavoro di sonorità urbane, si sono ritirati nella loro fattoria-comune per circa otto mesi, perché consci del fatto che rimanendo vicini alle tentazioni della città – le stesse di cui cantano e suonano – non avrebbero combinato nulla di buono. Così, quindi, è iniziata un’avventura ancora in corso, che vede i Kasabian destreggiarsi in operazioni di continuo rinnovamento, che rendono i loro album riconoscibili, ma mai identici l’uno all’altro.

"Kasabian", dei Kasabian è disponibile su Legacy Recordings. Sul sito dedicato all’immenso catalogo italiano e internazionale di Sony Music, puoi scoprire tantissime news, curiosità e promozioni dal mondo della musica. Un archivio con tutti i protagonisti, la loro discografia e l’opportunità di pre-ascoltare moltissimi brani. 
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