Da riscoprire: la storia di "Ten" dei Pearl Jam

Da riscoprire: la storia di "Ten" dei Pearl Jam

Nei primi anni ’90 Seattle era il centro del mondo. “Everybody loves our town”, cantavano i Mudhoney, in “Overblown”, una canzone inclusa nella colonna sonora di un film che sarebbe diventato il simbolo di quel periodo: “Singles” di Cameron Crowe. Ma quando uscì quel film, nel ’92, era già tutto “overblown”, gonfiato fino a scoppiare.

La musica di quella città esisteva da anni. E la storia di “Ten” è forse il miglior esempio del perché quella di Seattle fosse davvero una “scena”. A metà degli anni ’80 in pochi si filavano i Soundgarden e i Green River, in cui militavano Stone Gossard e Jeff Ament, con Mark Arm e Steve Turner. Erano band che incidevano per una piccola etichetta, la Sub Pop, e “di nicchia”, si direbbe oggi. I Green River si sciolsero nell’88, con Arm e Turner che andarono a fondare i Mudhoney, e Gossard e Ament, che miravano più in alto, formarono i Mother Love Bone. Che iniziarono ad attirare l’attenzione fuori dalla città, tanto da firmare con la Polygram. Ma il cantante Andrew Wood morì di overdose nel ’90, e Gossard e Ament formarono un supergruppo, i Temple Of The Dog, con Chris Cornell e Matt Cameron dei Soundgarden, per celebrarlo. In una canzone di quel disco, “Hunger strike”, Cornell duettava con un giovane cantante, Eddie Vedder: originario di Chicago, si era trasferito a San Diego, iniziando a registrare dei demo, uno dei quali finito dalle parti di Seattle, nelle mani giuste.

La collaborazione funzionò così bene che, mentre Cornell e Cameron tornavano ai Soundgarden, nel ’90 nascevano i Mookie Blaylock (dal nome di un giocatore di basket), a cui si era aggiunto il chirarrista Mike McCready. Entrarono in studio con il produttore Rick Parashar, che aveva lavorato al disco dei Temple Of The Dog. A maggio ’91, il lavoro era terminato e la band aveva cambiato nome in Pearl Jam.

“Ten” è un capolavoro. Punto. La differenza la fa la voce e la scrittura e il carisma di Eddie Vedder. "Ten" è un esplosione di rock, chitarre, ritmo, psichedelia, intensità, rabbia musicale e lirica. Dall’apertura iniziale, in cui si sento echi dell’hard rock classico: “Once”, “Even flow”, “Why go”, “Alive”: un colpo dietro all’altro. Poi arriva forse la più bella canzone mai scritta dalla band, “Black”, una power ballad a cui è impossibile rimanere indifferenti. “Jeremy” è la canzone che portò al successo la ban, complice un video che funzionò molto bene su MTV. Talmente bene che la band, schiacciata da quel successo, decise che non avrebbe girati più (e così fece, per molti anni).

E poi il crescendo fino a “Release”, che ancora oggi viene spesso usata per aprire i concerti (come l’anno scorso a San Siro). La band suona praticamente tutte queste canzoni dal vivo, pur avendo un repertorio ormai infinito, e pur cambiando scaletta ogni sera. Ma 4 o 5 canzoni da “Ten” ci sono sempre.

Quando uscì, in pochi notarono “Ten”. La stessa band venne a suonare in Italia, per uno storico concerto al “Sorpasso”, a febbraio 1992: c’erano poche decine di persone. Ma nella seconda metà dell’anno il successo dei Nirvana tirò la volata alla musica di Seattle. A marzo il disco entrò nella top 10 americana e i Pearl Jam diventarono delle star: nel ’93 l’album aveva venduto più di “Nevermind”.

Il resto è storia: i Pearl Jam sono diventati una delle più grandi rock band degli ultimi 25 anni, forse la più grande di tutte: per come hanno gestito il successo dopo quell'esplosione, lottando con fatica per non svendersi; per la musica che hanno inciso, per i loro epici concerti. E per dischi come “Ten”.

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"Ten" dei Pearl Jam è disponibile su Legacy Recordings. Sul sito dedicato all’immenso catalogo italiano e internazionale di Sony Music, puoi scoprire tantissime news, curiosità e promozioni dal mondo della musica. Un archivio con tutti i protagonisti, la loro discografia e l’opportunità di pre-ascoltare moltissimi brani. 
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