Muse come i Beatles: 'Basta con l'elettronica: quei suoni erano irriproducibili dal vivo' - VIDEO
Lo scorso 5 giugno i Muse sono tornati sulle scene con un nuovo album in studio intitolato "Drones"; il disco, ideale sequel di "The 2nd law", ha rappresentato una vera rottura a livello di produzione per la carriera della band guidata da Matt Bellamy: se a partire da "Resistance" del 2009 i Muse avevano cominciato ad orientarsi verso sonorità sempre più elettroniche (fino a raggiungere l'apogeo con "Unsustainable", una sorta di suite dubstep posta in chiusura di "The 2nd law"), con "Drones" il trio si è riallacciato alle sonorità più rock dei suoi primi album in studio. Significativa, in questo senso, è stata la presenza di Robert "Mutt" Lange - già collaboratore di AC/DC, Def Leppard e Bryan Adams - in cabina di produzione.
In una videointervista concessa a Spotify (che potete vedere più sotto), il bassista Chris Wolstenholme ha speso alcune parole in merito al cambio di direzione e di sound dei Muse con "Drones"; ecco cosa ha dichiarato il musicista:
"Eravamo arrivati al punto di accorgerci che le cose che facevamo si rivelavano sempre più complicate per essere suonate dal vivo. Per cercare di riprodurre i suoni originali dei brani in concerto, nel periodo successivo alla pubblicazione del nostro ultimo disco, spendemmo molte energie. Penso che se avessimo continuato a percorrere quella strada, ci saremmo trasformati in una band di musica elettronica. Così, con questo nuovo disco abbiamo deciso di tornare al punto di partenza concentrandoci sui nostri strumenti principali: la chitarra, il basso e la batteria. Vedremo dove ci porterà questa nuova svolta di suono".
.@CTWolstenholme comes clean about his FIFA addiction, seems to be working out well for @muse http://t.co/kiG9e1BV0Ihttps://t.co/4RTxVl7pn6
— Spotify UK & Ireland (@SpotifyUK) June 19, 2015
Alla luce di quanto dichiarato da Wolstenholme, sovviene subito in mente un'analogia: quella con i Beatles. Anche il quartetto di Liverpool , infatti, si trovò a fare i conti con le difficoltà del riprodurre le sonorità di dischi quali "Revolver", "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band" e il cosiddetto "White album", prodotte per lo più da sovraincisioni, manipolazioni di nastri e altri innumerevoli "trucchi". McCartney, Lennon, Harrison e Starr, però, risposero a queste difficoltà in maniera diversa: anziché ritornare alle sonorità dei loro primi album decisero di portare avanti la sperimentazione intrapresa. Ciò, per il quartetto di Liverpool, significò l'abbandono delle esibizioni dal vivo.