Jackson Browne al Teatro Sociale di Como: il report del concerto

Il ciuffo è imbiancato ormai da tempo, anche se la pettinatura è la stessa di sempre. Il viso è ancora più segnato dalle rughe di come ce lo si ricordava dalle foto recenti. E anche la voce è un po’ meno potente, anzi questa sera suona un po’ incerta. Il tempo ha lasciato il suo segno su Jackson Browne. “Time the conqueror”, come diceva il suo disco del 2008. Da allora è passato altro tempo ancora: la faccia da eterno ragazzino del cantautore californiano è un ricordo. 

Il Teatro Sociale è un posto perfetto per questo genere di concerti, una quelle bomboniere che a Milano mancano completamente, per atmosfera e dimensioni. Jackson Browne ci arriva nella terza data del suo primo tour italiano in 6 anni. “Standing in the breach” è uscito a fine dell'anno scorso ed è a sua volta primo lavoro di inediti da lungo tempo: la sua carriera è stata più discontinua, negli ultimi anni, persino più di colleghi come James Taylor (che, pur pubblicando ancora meno, invece dalle nostre parti suona con regolarità: un mese fa ha esaurito gli Arcimboldi). Ma il pubblico che è cresciuto con la sua musica non lo ha dimenticato: lo si percepisce dall'attesa in sala.

La serata inizia bene: alle 9 e qualcosa Browne sale sul palco, accompagnato da una band di sei elementi, in cui a mettersi in evidenza sono Greg Leisz  e soprattutto Shane Fontayne, che nella prima “The barricades of heaven” mostra subito un magistrale tocco di chitarra elettrica, che aggiungerà spesso alle canzoni in scaletta. Fontayne è una vecchia conoscenza: dai Lone Justice, passando per l’ “altra band” di Springsteen (quella subentrata alla E Street Band nel ’92-'93), fino, più recentemente, al gruppo di Crosby & Nash.  La band gira bene, un po’ meno la voce di Jackson, che già sulla seconda “Something fine” sembra un po’ indebolita, sempre molto pulita, ma meno potente di un tempo: magari un po’ di stanchezza, anche se il tour europeo è appena iniziato.

Jackson passa buona parte del tempo alla chitarra e arriva al piano solo alla fine del primo set, con un uno-due micidiale: “For a dancer”/“Fountain of sorrow”. Il piano non è più il suo strumento principale da tempo, ma rimane il miglior accompagnamento per la sua voce, e queste canzoni lo dimostrano.
Qualche caduta di tensione nel secondo set, che inizia in maniera stupenda con “Your bright baby blues”, e poi si perde in pezzi minori (“If I could be anywhere”, dall’ultimo disco), o in brutti arrangiamenti (“Lives in the balance”, con grande spazio alle coriste). Poi, prima di “Looking east”, Jackson Browne imbraccia una telecaster elettrica. Dà due pennate per testare il suono. Sta per iniziare la canzone, ma ha un attimo di esitazione. 
“Sapete”, inizia a parlare, “Ogni sera quando suoniamo penso a cosa succederebbe se abbandonassi la scaletta, prendendo un'altra strada. L’abbiamo fatto, ogni tanto: mi ricordo anni fa di un doppio concerto a Roma. La seconda sera non volevo rifare tutto come la prima, così mi misi a chiamare canzoni alla band, che spesso non le conosceva. Poi, tempo dopo, ho riascoltato i nastri: la prima sera era buona. La seconda era molto buona, finché non abbiamo preso quell’altra strada”. Poi attacca un’elettrica ineccepibile “Looking east”: nessuna deviazione, è la prossima in scaletta.
Il Jackson Browne del 2015 è tutto in questa scena: suona bene, ha un repertorio pazzesco che forse non sfrutta al massimo. Ma soprattutto sembra avere paura a lasciarsi andare del tutto. Le sue canzoni oggi sono sempre grandi, le esecuzioni pulite, il suono ottimo. Ma, al di là della voce un poco stanca, manca un po’ di quell’emotività che lo ha reso grande. 

Il pubblico apprezza comunque: è di fronte ad un mito che appunto non si vede spesso. C’è chi si presenta raccontando aneddoti (“Io l’ho visto la prima volta in Italia: era l’84. O l’89?”), chi ha nel portafoglio i biglietti dei concerti di anni fa, chi lo aspetta a lato del teatro sperando in un incontro fugace. Chi prende la prima occasione per correre sotto il palco. C’è chi filma canzoni intere da lontano o fa foto in continuazione. Poi, una volta, bisognerà fare una fenomenologia dei “vecchiminkia” ai concerti, perché spesso l’uso improprio e fastidioso dei cellulari non è dei ragazzini ma di persone più avanti negli anni - mi ci metto in prima persona, anche se cerco di tenermi. Ma vedo che spesso la volontà di portarsi a casa un souvenir porta ad esagerare e a dimenticarsi che flash e schermi al massimo della luminosità sono fastidiosissimi per chi ti sta di fianco.

Tornando al concerto: il finale è in crescendo con una scaletta finalmente costituita da una sequenza di classiconi, su cui svetta "The Road" (con l'ultima strofa in italiano, "Una città per cantare") “The pretender” (“Questa forse la conoscete, anche se non la suono sempre… E’… semplicemente una mia canzone”), seguita da “Running on empty”, prima dei bis. Poi tutti a casa: chi voleva il mito, è contento di averlo visto in un posto del genere . Chi lo ha visto in altre occasioni, forse un po' meno: il tempo è passato, la musica di Jackson Browne rimane.

(Gianni Sibilla)

 

 

SETLIST

The Barricades of Heaven 
Something Fine 
The Long Way Around 
Leaving Winslow 
For Taking the Trouble 
These Days 
I'm Alive 
You Know the Night 
For a Dancer 
Fountain of Sorrow 


Your Bright Baby Blues 
Rock Me on the Water 
If I Could Be Anywhere 
Lives in the Balance 
Standing In the Breach 
Looking East 
The Birds of St. Marks 
The Road 
Doctor My Eyes 
The Pretender 
Running on Empty 

Bis
Take It Easy 
Our Lady of the Well 

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