C.S.I, Rockol: Gary Dourdan, dalla TV alla musica, dal vivo in redazione

C.S.I, Rockol: Gary Dourdan, dalla TV alla musica, dal vivo in redazione

Titoli di testa. Partono le schitarrate di Pete Townshend, Roger Daltrey canta “Who are you? I really wanna know!”. Già, chi è Gary Dourdan? L’attore di C.S.I. Las Vegas, la star (il suo nome era il terzo ad apparire nella sigla, accompagnata dalle note degli Who), o il cantante che pubblica in Italia il suo primo disco, “Mother’s tongue”?
Dourdan ha smesso da tempo i panni di Warrick Brown, morto nella serie nel 2008 dopo 8 stagioni. Ma quelli di musicista li ha sempre indossati, ci racconta: “Suono musica da quando ho 13 anni. Mio zio era sassofonista in una band, a Philadelphia, in una band che faceva funk, e mi diede un piccolo sassofono. Sono cresciuto in mezzo alla musica”.

Dourdan è statuario, un poco diffidente - su di lui ci sono stati molti gossip, come su ogni attore che si rispetti. Ma ci tiene, e molto, alla sua musica. “Avevo uno studio a Brooklyn e uno a Venice Beach. Ho registrato alcune canzoni e lo ho pubblicate, già ai tempi di C.S.I., ma mai usando il mio nome, sempre con pseudonimi. Non volevo essere l’attore che fa musica, quello che incide il disco di Natale sfruttando la visibilità”, racconta. 

Curioso che a pubblicare per la prima volta a suo nome sia un’etichetta italiana: la Mescal di Valerio Soave. “Tramite diversi amici, alcuni italiani, la mia musica è arrivata nelle mani di Elena Lattore e Valerio della Mescal, che mi hanno convinto a fare prima un singolo, poi un album”, racconta - l’idea di usare il nome di battesimo è dell’etichetta, e lui l’ha accettata, anche se con qualche riserva, ci fa capire. Senza riserve è l’amore per il nostro paese. L’attrazione romantica che ho per l’Italia è stata una buona motivazione, assieme all’idea di staccare dall’America e fare musica da un’altra parte”, ci spiega.

Quando Gary imbraccia la chitarra - sotto gli occhi estasiati delle colleghe di sesso femminile - si lascia andare del tutto, e capisci che non scherza nella musica. Attacca “The end”, il primo singolo, è il risultato è un folk-soul che ricorda un po’ Terry Callier: “Lui sta lassù, io sto qua in basso”, si schernisce. E poi cita come suo numi tutelari Stevie Wonder, Jimi Hendrix, Steely Dan, Al Green.

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Il secondo pezzo è “Keep it right here”: “Voglio solo che la gente apprezzi la mia musica. E’ quello che importa, non il sensazionalismo, la celebrità: quella è una merda”, continua. Quindi: attore o cantante? “Quello che amo di più è la possibilità e la libertà di non dover scegliere. Mi piace essere un artista. Farò avanti e indietro tra le due carriere, ma per ora sono qua”. E infatti, questa serà Gary suonerà al Cap 10100 di Torino, domani, 22 maggio, al Teatro  Nuovo di Milano e sabato 23 alla Locanda Atlantide di Roma.

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“Mother’s tongue” è stato inciso in Italia, con musicisti italiani (come Lele Battista, Marco Montanari e Alessando Maiorino). L’album è uscito questa settimana: qua il videoclip della versione di studio di “The end”, diretto da Lory Muratti.

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