Sergio Caputo: 'I grandi network stanno uccidendo la radio. E la musica italiana' - INTERVISTA (pt. 2)
(Leggi qui la prima parte dell'intervista)
Torniamo alle radio: secondo dei dati IFPI riferiti al 2013 in Francia, dove esistono norme che tutelano l'airplay delle produzioni cantate in francese, si sono venduti l'80% di album registrati da artisti francesi. In Italia, dove non esistono norme che tutelino la messa in onda da parte delle radio di musica di produzione nazionale, nello stesso periodo - sempre in riferimento al mercato locale - il 90% dei dischi venduti è stato realizzato da artisti italiani. Non è curioso?
Non saprei - forse la musica francese è meno bella di quella italiana, almeno alle orecchie dei francesi. I francesi parlano quasi tutti l'inglese piuttosto bene, mentre qui in Italia... Forse c'è più predisposizione all'ascolto di musica straniera. Poi il fatto che la legge obblighi a trasmettere musica straniera non implica il fatto che obblighi anche a comprarla...
Però, come canale promozionale, la radio non può essere sottovalutata. Gli Amici della Musica, con la loro proposta delle "quote azzurre", sostengono proprio questo...
E' importante che ci sia una legge così, poi la gente deve avere libera scelta di comprare la musica che preferisce. Ci sono fenomeni, come quelli della neomelodia napoletana, che fanno registrare grandi numeri, spesso su mercati non ufficiali, essendo totalmente estranei al sistema ufficiale. Comunque sono d'accordo con questa proposta di legge, anche se sono uno che ad ascoltare solo musica italiana morirebbe. E, quindi, parlo contro il mio interesse. La mia, di proposta, è che chi fa concerti e riscuote i favori del pubblico non possa essere ignorato dalle radio, al di là di quelli che sono i gusti personali di chi compila le playlist. La musica che si sente in certi network non rispecchia né il valore dell'artista né le preferenze del pubblico, ma solo la scelta interessata di alcune persone. Sarebbe onesto, più che dire che un brano "non è in linea con la radio", dire "noi mettiamo solo la musica che ci interessa", senza parlare di ricerche di mercato, che è una materia che non conoscono...
Le radio ci hanno detto che il target è comunque fondamentale: se mi ascoltano i venti/trentenni, devo trasmettere musica che piaccia ai venti/trentenni...
L'altra sera ho suonato a Milano e avevo dei liceali, in prima fila. Queste sono scuse pretestuose: ho fatto il pubblicitario e certe dinamiche le conosco bene. E poi i target non sono mai gli stessi: un ventenne di Scampia è diverso da un ventenne di Civitavecchia. Sono cose molto complicate, che sicuramente non conoscono... E' ora di spiegare al pubblico che ciò che si sente alla radio non è espressione né della nostra cultura musicale, né dei gusti del pubblico, né della bravura o del peso di un artista, ma solo la decisione di due o tre persone, presa in totale autonomia, che decreta la sparizione di certi artisti dal panorama radiofonico nazionale. Trovo che questo sia sbagliato: se uno fa informazione in questo modo la sta facendo in modo sbagliato. Per il resto non mi sognerei mai di obbligare un'azienda a fare quello che io pensi sia giusto fare...
Quella che muovi è un'accusa precisa e grave. Bisognerebbe dire il perché succede tutto questo...
Non sono un giornalista investigativo: se si cominciasse a scavare su questa cosa probabilmente si capirebbe di più. Se una radio si definisce commerciale vuol dire che basa la sua attività sul profitto. E se fa tutto per guadagnare vuol dire che tutto quello che fa, compresa la musica che passa, lo fa per avere un guadagno.
Però tu parli di informazione. Un network potrebbe risponderti: 'Noi non facciamo informazione, ma intrattenimento, e possiamo essere liberi di intrattenere il nostro pubblico come meglio crediamo'...
Allora che facciano una radio tematica, come ce ne sono tante negli Stati Uniti, e trasmettano solo hip hop, liscio o quello che gli pare: nessuno glielo impedirebbe, e - in questo caso - un discorso del genere lo riterrei valido. Ma i network che ho citato occupano delle frequenze concesse dallo Stato, che accorda permessi e licenze a condizione che vengano passati un certo numero di notiziari. Il problema è che la musica in questo Paese è considerata come una cagata, una cosa della quale si potrebbe fare a meno, che si può avere gratis. Invece è un mestiere duro, che offre lavoro a un sacco di gente e rappresenta gli interessi e gli investimenti di un mucchio di persone, e non si può bistrattare in questo modo, permettendo che una radio che fa informazione possa offrire al pubblico una realtà della musica "falsata"...
Però sarà difficile in sede di formalizzazione rendere chiaro un provvedimento simile: ci sarà sempre qualcuno che potrà dire di essere escluso...
Certo. Però è come se fosse un ristorante: non si può servire una persona e un'altra no...
Ma un ristorante è un servizio che si sceglie e che si paga: i passaggi da una radio (almeno in teoria) no, da parte di un artista...
Per molto tempo, invece, è stato così, e adesso hanno trovato altri modi più diretti e meno esposti. Una volta si poteva venire licenziati per aver accordato favori a pagamento in termini di airplay...
Erano le famose payola: sono illegali, e le major, negli Stati Uniti, qualche anno fa, sono state multate dopo uno scandalo del genere...
Proprio perché certi modi sono illegali, sono stati trovati altri modi. Tutte le radio che mi hanno ostracizzato hanno fatto audience con i miei pezzi per anni e anni. Da quando ho smesso di piacere? Non capisco come il mio disco possa suscitare reazioni così negative da portare un responsabile di programmazione a escluderlo dall'airplay.
Le radio trasmettono ancora i tuoi vecchi brani?
Le radio piccole li trasmettono ancora, sì, ma non i grandi network...
Nemmeno Radio Italia?
No, nemmeno lei.
Hai mai contattato l'associazione Amici della Musica?
No, sono molto fuori dai giochi. Ho vissuto all'estero per tanti anni, e non ho grandi rapporti con il mondo della musica italiana...
Dopo il tuo post-sfogo su Facebook, sei stato contattato da qualche artista italiano?
Da molti sconosciuti e esordienti, sì...
Ma da artisti affermati come te?
No, perché questo è un mondo nel quale ognuno coltiva il suo piccolo orticello. In ogni caso non mi aspettavo che qualcuno mi chiamasse per dirmi: 'Facciamo qualcosa'. Qui in Italia non c'è questa mentalità di comunità che c'è negli Stati Uniti o in altri paesi. Quello delle radio è un malcostume che dovrebbe essere rivelato al pubblico: se di artisti come me o Eugenio Finardi il pubblico non ha notizie non è perché siamo morti, o siamo in pensione, o abbiamo deciso di fare i pizzaioli, ma perché qualcuno dall'interno dei network stessi ha deciso che non si debbano sentire...
E non perché non gli piacciano...
Certo che no. Lo scorso anno una persona che ha delle responsabilità in Radio Italia mi contattò per propormi di scrivere un brano per un artista che doveva andare a Sanremo. Se non gli piacessi, non me l'avrebbero chiesto. La collaborazione poi non si concretizzò, ma qualche tempo dopo mia moglie lo sentì comunque per chiedergli perché la sua radio non passasse le mie canzoni. Lui, molto imbarazzato, disse di essere un mio grande fan, ma che il suo editore gli aveva dato questa direttiva. Questi comportamenti stanno distruggendo la musica italiana.
Leggi qui l'approfondimento di Rockol sulle radio italiane.
Leggi qui la tavola rotonda di Rockol con i promoter radiofonici italiani.