Jovanotti, l’intervista di Rockol, pt. 2: il raccontare storie e i concerti - VIDEO
Lorenzo Cherubini è soprattuto un che sa raccontare e raccontarsi, che canti una canzone, organizzi una conferenza stampa come fosse uno show o faccia un concerto.
E’ il sogno e l’incubo di ogni giornalista: ogni frase che Lorenzo dice meriterebbe un’intervista a parte e spesso un titolo. Ogni risposta non è una risposta, ma apre altri dubbi e altre domande. E non si tira indietro su nessun argomento. Fargli domande diventa una sfida: chiedergli qualcosa che non gli abbiano già chiesto, fargli dire qualcosa che non abbia già detto.
“Lorenzo 2015 cc” è un disco seriale e reticolare, ma anche un monolite da 30 canzoni. E’ rock ’n’ roll e pieno di strumenti e stratificato. Ci siamo presi un po’ di tempo per ascoltarlo, e poi abbiamo provato a far parlare Lorenzo di musica, e solo di musica, dal suono del disco, alle passioni sia per l’elettronica che per l’EDM, ai futuri concerti. Una lunga intervista, talmente densa che ci abbiamo tirato fuori non uno, ma due video e l'abbiamo divisa in due parti. Ecco cosa ci ha raccontato, nella seconda parte dell'intervista.
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Il tuo stile di racconto è stato spesso basato sull’elenco, sulla lista. Oggi è di moda, e funziona, basta pensare a BuzzFeed e al proliferare delle liste sul web, per ogni cosa. Invece in questo disco tu cerchi di narrare di più, con meno liste e meno “io”. Da dove arriva questo nuovo approccio?
E’ nato con l’età. E collegato al fatto che la tua vita si riempie di persone. Quando hai vent’anni, gli altri non esistono: sei egoista anche quando sei altruista, l’altruismo è una maschera in quella fase. Poi diventi grande, hai una figlia che cresce, genitori che invecchiano, amici. La vita si complica. La tua vita è fatta della vite degli altri, e le storie degli altri, quella di tua moglie o tua figlia, diventano più importanti della tua. Anzi, della tua te ne freghi un po’.
Per uno che scrive diventa necessario cambiare approccio. Credo che per me sia anche stato un upgrade: come teniamo viva l’attenzione? Non è una cosa seduttiva verso gli altri, il primo che devo sedurre è me stesso. Sono io che devo alzare le mie aspettative. So che se mi metto in una zona che non conosco do’ il massimo, mentre se sto in una zona dove mi sento sicuro diventa un piano inclinato: finisci sempre dalla stessa parte
Però non hai pubblicato i testi nel CD, neanche ora che racconti più storie. Come mai?
E’ un po’ che non li metto. A me non piacciono i testi nei dischi e non mi piace leggere i testi delle canzoni. Mi imbarazza un po’. Il testo di per sé non è niente. Prima non ero un lettore di poesia, e me ne fregavo. Ora che leggo tanta poesia, l’idea che il testo, scritto, sembri una poesia… Ma la poesia è un’altra cosa, sta in piedi da sola… C’è un po’ di pudore.
Poi in Internet succede di tutto, con i testi, e mi piace vedere quando sono trascritti male. Ci sono dei casi in cui ho cambiato una parola perché qualcuno l’ha trascritta male, e mi piaceva di più quella, così l’ho acquisita
Hai detto che questo è un disco reticolare, seriale, l’hai, in parte, pubblicato a puntate. Ma è anche un bel monolite di 30 canzoni. Ti piace la musica come processo continuo ma sei ancora molto legato al “prodotto” tradizionale.
Sono in mezzo, sì, sono sempre in mezzo. Io sono analogico nel mio approccio alle cose, sono nato in quel mondo lì. Quando ho visto il vinile del disco, m’è piaciuto: come fai a dire che non è bello? Poi certo mia figlia non sa neanche cos’è, pensa che sia un quadro… E’ anche un quadro. Mentre il digitale non è mai un quadro, questo è anche un quadro.
Questo approccio analogico te lo porterai nei prossimi concerti? Il tuo tour negli stadi era molto spettacolare, più che analogico.
Me lo porto dietro, certo: io sono analogico, la performance è analogica, è lì che ti giochi tutto. Puoi avere tutti i video più fighi del mondo, ma il concerto è una cosa fisica. L’altr’anno ci fu un disastro climatico al concerto di Padova, un diluvio per cui niente funzionava più. Funzionavano solo l’amplificazione e gli strumenti, i computer non si accendevano più. Così siamo usciti con solo le luci bianche dello stadio, abbiamo fatto due ore e mezza di concerto, ed è stato perfetto. Il 99% di un concerto te lo fai tu, soprattutto quando arrivi nello stadio, vuol dire che hai instaurato un rapporto quasi erotico con le canzoni, altro che digitale.
Musicalmente come saranno quindi i concerti? In che senso saranno analogici?
Mi porto dietro l’approccio analogico con il suono, con me, con tanta roba sul palco, con i miei musicisti. Ho deciso di non cambiare squadra, di tenere gli stessi musicisti, aggiungendo un chitarrista. In passato le chitarre in più le mettevamo nel computer, ma mi mancavano in questo disco…Certi pezzi del disco nuovo che vorrei fare, non saranno molti, avranno bisogno della seconda chitarra. E quindi anche su pezzi vecchi vorrei spingere di più sulla chitarra.
(Gianni Sibilla)
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