De Gregori, intervista: 'Oggi rifaccio le mie canzoni, domani quelle di Dylan'

De Gregori, intervista: 'Oggi rifaccio le mie canzoni, domani quelle di Dylan'

Vestito di scuro, giacca gessata, cappello e occhiali neri, s’annuncia con uno “Spero di riuscirvi simpatico”. Si autodefinisce “uno strimpellatore” e afferma sorridendo che “nessuno ha mai trovato un filo logico nei miei testi”. Francesco De Gregori è a Milano per presentare l’album “VivaVoce”, un doppio in cui rifà ventisei sue canzoni storiche e recenti, celebri e poco note. “Volevo testimoniare come s’è evoluta la mia musica. È un modo per dire: oggi sono questo”. Frutto del continuo lavoro di rimaneggiamento che il cantautore svolge in concerto, il disco si basa sulla convinzione che le canzoni non sono quelle che custodiamo nei nostri dischi preferiti, ma possono essere rifatte, rianimate, aggiornate. De Gregori arriva a trasfigurare persino i passaggi musicali cantabili che hanno contribuito alla fama di “Generale” e “La donna cannone”. “La musica non può essere fissata una volta per tutte”, dice. “Non è stata fissata nel ’75, nel ’95 e nemmeno oggi. È il suo bello”. Il titolo dell’album deriva da un verso di “Finestre rotte” che è “un mio sproloquio al pubblico. Con fare arrogante, un po’ da preside, dicevo: ‘Stammi a sentire bene quando devo parlare e lavati le orecchie e togliti l’auricolare’. Quando togli l’auricolare inserisci il viva voce. Vorrei che queste canzoni venissero ascoltate con un senso di comunità intergenerazionale. Come ai miei concerti, dove ci sono i miei coetanei, ma anche i ventenni. Non desidero altro”.

Fra gli ospiti di “VivaVoce” ci sono Nicola Piovani che ha riscritto gli archi della “Donna cannone” e Ambrogio Sparagna che con l’Orchestra Popolare Italiana riarrangia “La ragazza e la miniera”. C’è anche Ligabue, che duetta con De Gregori sulle note di “Alice”, e qualche fan ha storto il naso. Come se non bastasse, alle presentazioni pubbliche dell’album saranno presenti personaggi popolari come Giorgio Panariello e Massimo Gramellini. Il grande schivo non c’è più? “Non c’è mai stato! Quelli sono amici e mi aiutano a far sapere che questo disco esiste. In quanto a Ligabue”, dice sorridendo, “una quindicina d’anni fa venne a trovarmi nel backstage del Vox, abbracciandomi. Improvvisamente, le mie quotazioni presso amici e figli si impennarono”. Rifare “Alice” comportava una grossa responsabilità. “Era un pezzo da cantautore solitario. Mi è venuta l’idea di trasformarla nel frutto di un bene comune, grazie alla partecipazione di Ligabue. Mi ha detto che ‘Alice’ ha contato molto per lui, gli ha indicato un modo di scrivere canzoni che non conosceva”.

Fra le libertà che De Gregori si è preso, c’è l’inserimento all’interno di “Santa Lucia” di una citazione di “Com’è profondo il mare” di Lucio Dalla. “È la canzone di Lucio che più ho amato. Drammatica, sincera, profonda. A sua volta ‘Santa Lucia’ è il mio pezzo che lui più apprezzava. Quando è morto non ho voluto partecipare in modo spettacolare alle celebrazioni della sua fine. Ho preferito ricordarlo sul piano artistico. Sono convinto che avremmo ancora fatto musica assieme”. È ancora convinto che i rapper siano i nuovi cantautori, come ha detto tempo fa? “Credo sia una semplificazione che voi giornalisti mi avete messo in bocca. La verità è che la storia non si ripete. C’è una grossa differenza fra le due categorie: al contrario dei rapper, i cantautori erano più acculturati e si rivolgevano a un pubblico più acculturato. Le loro canzoni erano piene di rimandi a una cultura classica. Io stesso fui accusato di scrivere testi liceali. Beh, era vero”.

Nel marzo 2015 De Gregori si esibirà a Roma (il 20) e Milano (il 23), anteprima di un tour più ampio. Intanto, è impegnato in una tournée che lo sta portando in giro per l’Europa. “Ieri sera ero a Stoccarda”, dice. “Quando la canti davanti agli italiani all’estero, ‘Viva l’Italia’ assume tutto un altro colore. La piazzo appositamente come secondo brano in scaletta. Muove qualcosa. Questa è gente che sta lontana da casa e sente parlare del nostro Paese in termini negativi. È motivo d’orgoglio. Se la gente non è stanca di una canzone del 1979 e io ho ancora voglia di suonarla significa che trascende il momento in cui è stata scritta. In fondo è una canzone d’amore e l’amore sfugge ogni datazione”. E la politica? I giornalisti gli ricordano l’intervista controversa rilasciata un anno fa al “Corriere della sera” in cui raccontava di una sinistra si è persa tra slow food e No Tav. Gli chiedono, persino, qual è il futuro del nostro Paese. “Non sono uno sciamano, posso solo dire che dobbiamo renderci conto che il futuro è un insieme di doveri e diritti. È pieno di uomini di spettacolo pronti a sintetizzare in cinque minuti il loro pensiero sulla politica. Io no. Per me la politica è una cosa talmente alta che non tollera d’essere discussa frettolosamente. Ho le mie idee, ma non voglio banalizzarle in una conversazione sintetica. Per un artista fare politica significa far bene il suo lavoro”.

“VivaVoce” contiene una versione in lingua italiana di “The future” di Leonard Cohen e una rivisitazione di “Buonanotte fiorellino” musicata come “Rainy Day Women #12 & 35” di Bob Dylan. “Ascolto Dylan e Cohen e non trovo un granello di falsità nella loro musica”. In qualche modo Dylan sembra avere ispirato De Gregori nel lavoro di costante rifacimento delle canzoni. “Lui non stravolge le canzoni come dicono, le reinterpreta. Del resto la sua voce è cambiata, lui ha mutato lo stile, è accompagnato da altri musicisti, ha passioni musicali differenti rispetto al passato. È quello che dovrebbe fare un musicista libero, a qualunque età”. Il prossimo disco di Francesco De Gregori potrebbe avere a che fare proprio con Dylan. “Ho molte idee per la testa, ma poco tempo per lavorarci. Ma un progetto ce l’ho: voglio lavorare su traduzioni in italiano di Bob Dylan. Tanto ormai si sa, è il mio guru e lo nascondo sempre meno. Non penso di rifare i classici, ma i pezzi meno conclamati. Quando li sento mi viene subito da pensare quanto suonerebbero bene in italiano”. Quando pensi che finalmente De Gregori si è sbottonato, lui aggiunge: “Magari il disco su Dylan lo faccio, e poi non lo pubblico”.

(Claudio Todesco)  

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