Debutto per i Marjorie Fair, parla il cantante Evan: 'Rockstar? All'inizio non ci credevamo...'

Arrivano da Los Angeles e con l’esordio “Self help serenade” hanno dato alla luce undici ottime canzoni tra rock d’autore e country-folk. Rockol ha incontrato il leader Evan Slamka, uno che si è fatto le ossa suonando in piccoli bar, caffè, club e lungo i marciapiedi di New York. “Come tutti i musicisti, abbiano girato un bel po’ prima di esordire. E abbiamo avuto a che fare con gente molto brava. Pur non essendo nessuno, ho sempre avuto degli alti e bassi, ma da quando con Chris T. e Kelly D. abbiamo formato i Marjorie Fair, ho sentito un nuovo impulso creativo. All’inizio non presi la cosa molto sul serio. Poi, dopo un paio di concerti a New York, abbiamo visto che il pubblico e i gestori dei locali ci chiedevano di tornare a suonare. Quindi abbiamo cominciato a crederci un po’ di più”. L’avventura è proseguita a Los Angeles, dove la band lavorava di giorno per guadagnare un po’ di soldi. Nella primavera del 2002 l’incontro con alcuni discografici della Capitol e – finalmente – il grande salto. “La scena musicale di Los Angeles è molto più stimolante rispetto a quella di New York, anche perché c’è molta più attenzione verso la musica underground e le etichette indipendenti. A New York tutto sembra tendere molto di più al commerciale. Inizialmente ero un po’ scettico riguardo al music businnes. Poi mi sono reso conto che era positivo avere la possibilità di incontrare molte persone del settore con un così elevato livello di professionalità. Bisogna anche saper andare incontro a quello che la casa discografica vuole: attualmente abbiamo anche accettato qualche compromesso perché non siamo ancora famosi”. Il nome della band letteralmente indica una varietà di rosa rossa dal cuore bianco che cresce sulle coste. Insieme al titolo dell’album (all’incirca “serenata per se stessi”), contribuisce a dare un’immagine della band molto romantica. “Il nome per il gruppo è venuto in mente a uno di noi ed è piaciuto subito a tutti. Prima ci chiamavamo Parlour. Per quanto riguarda il titolo del disco mi sono consultato con vari amici perché volevo trovare una frase che riassumesse l’importanza che ha la musica nella mia vita; forse vuol descrivere questo album come una serenata. Pensavo fosse un titolo adatto e un po’ ruffiano”. “Sel help serenade” è stato registrato ai noti Sunset Sound Studios di Los Angeles, gli stessi dei Doors. “All’inizio è stato esaltante perché dici: wow, stiamo realizzando il nostro album proprio negli stessi studi in cui sono nate canzoni come ‘Light my fire’. Ma, passata questa euforia, ti rendi conto che stai registrando in uno studio come un altro. La cosa che mi ha reso più fiero è stata quella di aver potuto lavorare in uno studio veramente professionale”. Che materiali avete utilizzato? “Niente campionamenti, seguendo i criteri degli anni Settanta. Poco computer e soltanto alcune sovraincisioni”. Nello specifico delle canzoni, convince al primo ascolto “Cracks in the wall”. “Musicalmente si basa sui miei accordi preferiti. Per quanto riguarda il testo rispecchia un po’ tutte le speranze e soddisfazioni che può avere un musicista alle prime armi: l’essere convinto di fare buona musica, augurarsi - o l’illudersi - di avere buone recensioni dalla critica, e anche avere un certo glamour. Allo stesso tempo la canzone descrive la voglia cambiare la propria vita e migliorarla”. La traccia d’apertura si intitola “Don’t believe”. In cosa non credete? “In breve il significato è quello di non credere a tutto quello che la gente dice, non farsi spaventare, ma continuare a perseguire i propri obiettivi , avendo fiducia in se stessi. Mi piacerebbe che questo concetto diventasse il biglietto da visita per la nostra band”. Mentre una canzone dal titolo come “Silver gun”, di questi periodi, catalizza subito una certa curiosità e attenzione. “Non so dirti se parla veramente di una pistola o meno. Per me è stato quasi un gioco: volevo fare una versione criptica di quella che è stata la musica americana degli anni ’50, diciamo stile Chuck Berry. Sono sempre rimasto affascinato dalla musica anni ’50, che sembrava tanto felice, mentre penso che mascherasse momenti di depressione”.

© 2026 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.