Credits: Sebastiano Tomà / Concessione in uso a Rockol
Chiamatela “la nuova Patti Smith”, come si fa con regolarità dai suoi esordi. Chiamatela “rockeuse”. Chiamatela come volete, ma il dato incontrovertibile è uno, ed uno soltanto: PJ Harvey è la più importante donna del rock dell’ultimo decennio. Certo, non è che abbia molte rivali. Ma questo nulla toglie alla sua grandezza. “Stories from the city, stories from the sea” uscì quasi quattro anni fa, ed era il suo quinto disco. Di certo fu il più apprezzato da pubblico e critica. Di certo consolidò una carriera già affermata come icona del rock indipendente (indipendente di testa, perché da anni incide per una major), e di certo fu il suo disco più diretto.
Proprio per questo PJ Harvey è un’icona: torna dopo tanto tempo con un nuovo disco “Uh huh her” (che esce venerdì 28) che è l’esatto opposto del suo predecessore. A partire dal titolo, volutamente nonsense, laddove quello del suo predecessore era “narrativo”, per arrivare al suono, scarno e duro.
“Il tour di ‘Stories’ mi ha portato via molto tempo”, racconta PJ a Rockol. “Mi sono messa a scrivere solo nel 2002, e quindi c’è stato di mezzo un anno in cui sono stata a curare mia nonna che stava morendo… e il 2003 è andato preparando il disco. Quando sono riuscita a lavorare, non c’è voluto molto tempo per realizzarlo. Avevo già molte idee raccolte durante il tour, ma ci è voluta calma per riorganizzarle”.
PJ Harvey, dietro la maschera di “dark lady” è così: semplice, diretta. Tanto che ammette candidamente di non avere sentito pressione dopo il successo di “Stories…”: “No, l’unica pressione che sento è quella che mi metto da sola sul non ripetermi: dopo un disco come quello, che è stato il mio maggiore successo in termini di vendite, non volevo rifarlo uguale. E se devo dirla tutta non è neanche il disco che mi ha dato più soddisfazione. Quello è stato ‘Is this desire’, che credo sia il migliore che ho fatto”.
Però poi, allo stesso tempo ti dice che il fatto di avere pubblicato un disco in cui ha fatto tutto (dal suonare pressoché ogni strumento – batteria esclusa – al missare) è stato quasi casuale. “La lavorazione è venuta così. Inizialmente volevo ancora Flood come produttore e volevo coinvolgere altri musicisti. Poi mi sono messa a lavorare a casa mia alle canzoni, con l’idea di fare dei provini per poi ri-registrare tutto nuovamente in un grande studio. Visti i risultati, mi sono chiesta: che senso ha reincidere tutto? Funzionano già così, le atmosfere erano già quelle giuste. Così ho deciso che ci avrei soltanto aggiunto della batteria e delle percussioni. Devo ringraziare Rob Ellis, che mi conosce da tempo ed è riuscito a suonare sopra a quei demo”.
Non ditele, però, che è un disco di demo. E non chiedetele se questo, dopo un disco dedicato alle storie metropolitane di New York come il precedente, sia un disco rabbioso e sull’abbandono, come lascerebbero supporre titoli come “Who the fuck”, “Shame”, o “The darker days of me and him”. “Cerco sempre di evitare di descrivre le canzoni”, ti risponderebbe PJ Harvey. “Non sono canzoni autobiografiche, non sono il mio diario. Certo, interpretandole su un palco, è difficile separare quello che dico dalla mia persona… è una combinazione di realtà e finzione. Certo, questo disco non è un concept come il precedente, non c’è un vero percorso. Ma quando ho messo assieme le canzoni ho cercato di fare in modo che si aiutassero a vicenda ad avere un significato, questo sì”.
Una scelta, quella anti-narrativa, che si riflette nel titolo dell’album: “E’ quello di una delle mie canzoni preferite. Una canzone molto forte, ma che non c’entrava con le altre, per cui l’ho lasciata fuori. Mi piaceva il suono di quel titolo, il fatto che fosse non sense e contrastatsse con il titolo del precedente. La suonerò dal vivo, credo”.
Già, il live: PJ, con una nuova band farà due concerti a giugno: sarà in cartellone al Jammin’ Festival di Imola il 19 giugno, poco prima di un’altra icona del rock indipendente, i riformati Pixies. E il giorno dopo sarà a Roma.
Proprio per questo PJ Harvey è un’icona: torna dopo tanto tempo con un nuovo disco “Uh huh her” (che esce venerdì 28) che è l’esatto opposto del suo predecessore. A partire dal titolo, volutamente nonsense, laddove quello del suo predecessore era “narrativo”, per arrivare al suono, scarno e duro.
“Il tour di ‘Stories’ mi ha portato via molto tempo”, racconta PJ a Rockol. “Mi sono messa a scrivere solo nel 2002, e quindi c’è stato di mezzo un anno in cui sono stata a curare mia nonna che stava morendo… e il 2003 è andato preparando il disco. Quando sono riuscita a lavorare, non c’è voluto molto tempo per realizzarlo. Avevo già molte idee raccolte durante il tour, ma ci è voluta calma per riorganizzarle”.
PJ Harvey, dietro la maschera di “dark lady” è così: semplice, diretta. Tanto che ammette candidamente di non avere sentito pressione dopo il successo di “Stories…”: “No, l’unica pressione che sento è quella che mi metto da sola sul non ripetermi: dopo un disco come quello, che è stato il mio maggiore successo in termini di vendite, non volevo rifarlo uguale. E se devo dirla tutta non è neanche il disco che mi ha dato più soddisfazione. Quello è stato ‘Is this desire’, che credo sia il migliore che ho fatto”.
Però poi, allo stesso tempo ti dice che il fatto di avere pubblicato un disco in cui ha fatto tutto (dal suonare pressoché ogni strumento – batteria esclusa – al missare) è stato quasi casuale. “La lavorazione è venuta così. Inizialmente volevo ancora Flood come produttore e volevo coinvolgere altri musicisti. Poi mi sono messa a lavorare a casa mia alle canzoni, con l’idea di fare dei provini per poi ri-registrare tutto nuovamente in un grande studio. Visti i risultati, mi sono chiesta: che senso ha reincidere tutto? Funzionano già così, le atmosfere erano già quelle giuste. Così ho deciso che ci avrei soltanto aggiunto della batteria e delle percussioni. Devo ringraziare Rob Ellis, che mi conosce da tempo ed è riuscito a suonare sopra a quei demo”.
Non ditele, però, che è un disco di demo. E non chiedetele se questo, dopo un disco dedicato alle storie metropolitane di New York come il precedente, sia un disco rabbioso e sull’abbandono, come lascerebbero supporre titoli come “Who the fuck”, “Shame”, o “The darker days of me and him”. “Cerco sempre di evitare di descrivre le canzoni”, ti risponderebbe PJ Harvey. “Non sono canzoni autobiografiche, non sono il mio diario. Certo, interpretandole su un palco, è difficile separare quello che dico dalla mia persona… è una combinazione di realtà e finzione. Certo, questo disco non è un concept come il precedente, non c’è un vero percorso. Ma quando ho messo assieme le canzoni ho cercato di fare in modo che si aiutassero a vicenda ad avere un significato, questo sì”.
Una scelta, quella anti-narrativa, che si riflette nel titolo dell’album: “E’ quello di una delle mie canzoni preferite. Una canzone molto forte, ma che non c’entrava con le altre, per cui l’ho lasciata fuori. Mi piaceva il suono di quel titolo, il fatto che fosse non sense e contrastatsse con il titolo del precedente. La suonerò dal vivo, credo”.
Già, il live: PJ, con una nuova band farà due concerti a giugno: sarà in cartellone al Jammin’ Festival di Imola il 19 giugno, poco prima di un’altra icona del rock indipendente, i riformati Pixies. E il giorno dopo sarà a Roma.
Schede:
La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale