Pinomarino: 'La canzone? Deve saper far cantare'

Pinomarino, romano dell’ultima leva dei cantautori capitolini, due dischi all’attivo (“Dispari” e “Non basano i fiori”), è il vincitore de “L’Artista che non c’era” (vedi news), il concorso promosso dalla rivista L’Isola che non c’era. L’abbiamo intervistato per saperne di più.



Questo premio è l’ennesimo riconoscimento nei tuoi confronti. Come l’hai vissuto?
Per quanto non mi consideri un "garista", è indubbio che sfilare in una rassegna e uscirne vedendo tangibilmente considerato il proprio lavoro, fa bene in primo luogo al lavoro stesso. La giuria che la rivista ha reclutato per scandagliare e valutare le proposte ed i live ha un valore evidente, visto che ognuno dei componenti è collocato ad alto livello nel proprio campo di pertinenza e ognuno inevitabilmente credo abbia basato i propri giudizi partendo da un’ampia e attiva cognizione di causa. Ho vissuto felicemente quindi sia la mia personale riuscita che quella del premio alla sua prima edizione, perché questo è un lavoro tremendamente solitario ma miracolosamente legato agli sforzi reciproci, e che questo concorso abbia preso luce in maniera esplicita in un momento in cui quasi tutti sembrano soprattutto preoccupati a non chiudere bottega, è un bene generale, non solo mio.

Sei arrivato al primo album in non più tenerissima età. Cos’era successo prima?
Mah, semplicemente ho evitato di accettare un contratto tanto per averne uno e fare un disco a tutti i costi. Sono lontani i tempi in cui ai cantautori veniva data la fiducia di un percorso non legato al volgere di una stagione, e fin quando mi è stato chiesto di modificare strutturalmente la mia produzione per raggiungere il grande pubblico, ho preferito continuare senza un disco e senza un contratto. Ho lavorato molto, questo sì: ho suonato, ho scritto per me e per altri, procurandomi comunque quella che in un concetto stringato e moderno chiamerei "autoalimentazione del sistema". Fino al sopraggiungere della semplice proposta discografica di Stefano Senardi, che ha saputo concedermi la libertà che cercavo.

Il tuo secondo disco è uscito un anno fa. A distanza di un po’ di tempo il bilancio com’è?
Buono, ma c’è ancora tanto da fare per quel disco. Per ora non sto frequentando canali di promozione, ma il disco non smette di essere "appena uscito": anzi, più passano i mesi e più si muove, esattamente l’opposto di quello che capita a chi vende i dischi. Qualche copia al giorno, per carità, ma ininterrottamente. Nessuno sembra aver fretta. Ma, visto che parli di bilancio, ti dico che è delle persone che si fanno chilometri per trovare il disco in un negozio e poi giù chilometri per arrivare ad un concerto che rimango puntualmente meravigliato. E ci sarà pure un modo per ripagarle, mi chiedo.


Quanto ad arrangiamenti, primo e secondo disco sono fratelli quasi opposti fra loro: “Dispari” ha una buona dose d’elettronica, “Non bastano i fiori” si fonda sulle chitarre, più contrabbasso e batteria. Perché? Il terzo come lo immagini?
Se fra il primo ed il secondo disco s’è innescato un rapporto di sottrazione progressiva ed il processo non si arresta, per il terzo ci si può immaginare dove potrebbe andare a parare. Ma non è detto. Intanto un po' di cose sono cambiate... Per mio conto comincio a raccogliere le canzoni che potrebbero abitare il prossimo monolocale di plastica, questo non dipende da altri.

Hai appena girato un nuovo video. Come è nata l’idea?
Se per nuovo intendiamo appena fatto, ok, altrimenti potremmo dire primo. L’idea è nata ad un gruppo di ragazzi che studia cinema, e tutto quello che gli gira intorno allo IULM di Milano. Un giorno mi è arrivato un provino su DVD, con un "pazzo" in primo piano che faceva me: siamo andati e abbiamo girato 9 piano-sequenza, l’ottavo ci ha fatto applaudire tutti contemporaneamente appena finito, ed è diventato il clip. Non ve lo racconto perché spero abbiate modo di vederlo presto, magari di notte, magari giusto qualche volta, ma spero lo vediate.


Il tuo approccio alla canzone si nutre di classicità e innovazione. Ti poni il problema di come farle coesistere?
No, non mi pongo il problema. La "cosa" musicale più moderna che ho avuto modo di ascoltare in questi ultimi anni l’ho sentita uscire pochi giorni fa da un violoncello che ha da poco compiuto 400 anni...

Nei tuoi testi troviamo commenti taglienti alla società e contemporaneamente passaggi favolistici. Fra realtà e finzione, quale credi sia il ruolo della canzone nella vita delle gente (singolo e massa)?
Sere fa, Fernanda Pivano, di fronte alla sua lattina di bibita scura preferita, mi ha detto che nei cantautori vede l’unica possibilità della letteratura moderna italiana, perché non abbiamo più scrittori e poeti. Lei può permettersi la provocazione, ed ogni provocazione uscita da chi se la può permettere costringe ad una riflessione. Io credo che i poeti e gli scrittori possano ancora trattenersi la responsabilità che meritano, e che alla canzone spetterà semplicemente il ruolo di sempre, che poi è la sua massima aspirazione, far cantare.


Testi e musiche hanno un’evidente potenziale "orecchiabile": sono circolari, premono su parole e note così da farne dei mini-tormentoni all’interno del singolo pezzo. Quali credi siano le tue caratteristiche più peculiari?
Questo non lo so. Trovare delle caratteristiche peculiari risulta più facile a chi ascolta e a chi legge, come capita a me quando ascolto e leggo gli altri. Quello che so è che non c’è una sola sillaba ed una sola nota a caso in quello che faccio. Magari può essere il frutto di un errore, ma sicuramente nulla è affidato al caso.

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