America in concerto: 'E in futuro forse un altro album di cover'

America in concerto: 'E in futuro forse un altro album di cover'

Nello spot di una nota marca automobilistica in onda in questi giorni in televisione un giovane uomo intrappolato nel traffico la canta a squarciagola immaginandosi una via di fuga. E non passa giorno, o quasi, senza che le radio di formato "classic", anche in Italia, la inseriscano in scaletta. "A horse with no name" (così come "Ventura highway", o "Tin man") è diventata uno standard, ma gli America - pur consapevoli del loro passato che ha contribuito a definire l'immaginario West Coast, nonostante le loro origini geografiche diverse - non ci tengono a passare per un gruppo di nostalgici. Ce lo racconta Dewey Bunnell, che ancora tiene le redini della band assieme a Gerry Buckley, in questa intervista concessa a Rockol alla vigilia di un concerto italiano (il 5 agosto a Boretto, provincia di Reggio Emilia).

Cosa ricordate delle vostre precedenti apparizioni italiane? Quando è stata la prima?

Ogni nostra venuta in Italia, a partire dalla prima nei tardi anni Settanta, è stata per noi un grande piacere. Girare in bus ci ha dato modo di vedere un sacco di città e di scorci panoramici.

Cosa possono aspettarsi i fan italiani dallo show di agosto?

Per cominciare abbiamo un nuovo batterista, Rylan Steen! Suoneremo tutte le canzoni più popolari del nostro primo periodo, ma anche brani dal nostro ultimo album "Back Pages".

Fate ancora molti concerti ma negli ultimi quindici anni avete pubblicato pochissimi album di materiale nuovo e originale. Perché? Avete in cantiere nuove canzoni e nuovi progetti discografici?

E' vero, siamo spesso in tour e l'industria discografica è cambiata molto in questi ultimi anni. Al momento non abbiamo in programma di pubblicare un nuovo album, ma ci sono diverse nuove canzoni firmate da me e da Gerry che potrebbero essere pubblicate nel prossimo futuro. Abbiamo anche discusso l'eventualità di registrare canzoni per un "Back Pages Vol. II".

Il primo volume, uscito nel 2011, vi vede alle prese con una selezione di cover dei vostri brani preferiti. Come siete arrivati alla scaletta definitiva? E' uno specchio fedele dei vostri gusti e delle vostre fonti di ispirazione?

Ci sono tante grandi canzoni di artisti diversi che ci piacerebbe registrare, ma alla fine abbiamo dovuto sceglierne 12 tra le 16 che avevamo inciso. Era importante selezionare brani adatti alla nostra estensione vocale: certamente riflettono i nostri gusti e le nostre fonti di ispirazione nell'arco degli anni.

In quel disco ci sono anche Mark Knopfler e Van Dyke Parks. Vi siete incontrati in studio o vi siete scambiati file musicali attraverso Internet e la posta elettronica?

Van Dyke è venuto in studio e con lui abbiamo condiviso una piacevole session pomeridiana. Il contributo di Mark, invece, ci è arrivato attraverso uno scambio di file dal momento che lui si trovava in Inghilterra e noi stavamo registrando a Los Angeles.

Come giudicate, con il senno di poi, l'album "Here & Now"? Ne siete soddisfatti? Come è stato collaborare con James Iha, Jim James, Ryan Adams e una generazione di cosiddetti "alternative rockers"? Come avete scelto gli ospiti, e come avete trovato un terreno comune con loro?

Il progetto "Here & Now", per noi, è stato molto speciale. Lavorare con quegli artisti, ai tempi, è stata per noi una novità e siamo stati soddisfatti dei risultati. Fu Adam Schlesinger dei Fountains of Wayne a metterci in contatto con Ryan Adams e gli altri, mentre fummo noi a volere i nostri amici Stephen Bishop e Willie Leacox per contributi aggiuntivi. Nel catalogo degli America, quello resta un progetto unico.

Immagino sia stato quel disco a permettervi di liberarvi dell'etichetta di gruppo per nostalgici, mostrando al mondo che la musica degli America era rilevante anche per le generazioni successive.

Per certi versi non abbiamo fatto niente di diverso dal solito, ma quei musicisti hanno i loro fan e le loro carriere di successo: unendo le forze per quel progetto abbiamo sicuramente raccolto più attenzione da parte di un'altra generazione di ascoltatori.

Quando il vostro primo album "America" e "A Horse With No Name" uscirono nel 1971, ascoltandoli in radio in molti li scambiarono per nuove produzioni di Crosby, Stills, Nash & Young. Quale fu la vostra reazione?

Beach Boys e Beatles erano sempre stati lo standard di eccellenza a cui aspiravamo nella scrittura delle canzoni e negli arrangiamenti vocali, ma anche le chitarre acustiche e le armonie vocali di CSNY erano per noi una importante fonte di ispirazione. Fu dunque un grosso complimento essere paragonati a loro e in seguito diventammo anche amici.

A proposito di Beatles: negli anni successivi avete avuto la possibilità di lavorare con George Martin, un maestro della produzione. Cosa ricordi di quella esperienza?

Incontrare George nei primi mesi del 1974 fu molto importante per gli America, perché avevamo già prodotto o coprodotto i primi 3 album e avevamo bisogno di un vero produttore dedicato per i nostri progetti futuri. Lavorammo insieme per i sei anni successivi producendo sette album e assaporandone ogni minuto. E' un uomo speciale e siamo orgogliosi di quel che abbiamo fatto insieme a lui.

Nel febbraio di quest'anno avete dovuto fare i conti con il ritiro dall'attività di Michael Woods, per lungo tempo il vostro chitarrista e corista di riferimento. Come lo avete rimpiazzato?

E' stato triste vederlo andarsene ma fortunatamente nel nostro team c'era già Bill Worrell, un amico che in passato si era occupato delle nostre chitarre. E' un chitarrista bravissimo e si è adattato bene. Michael lo ha preparato lavorando a stretto contatto con lui, e quindi la transizione si è compiuta senza intoppi.

(Alfredo Marziano)

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