Glen Hansard, concerto segreto a Lucca: ecco com'è andata

Glen Hansard, concerto segreto a Lucca: ecco com'è andata

Ci sono storie a cui è quasi impossibile credere, difficili perfino da raccontare. A volte però vale la pena provarci. Questa storia comincia in un negozio di dischi di Lucca, lo Sky Stone & Songs, il cui proprietario, René Bassani, ha una passione sfrenata per la musica di Glen Hansard. Non per i Pink Floyd, per Springsteen o per Prince. Per Glen Hansard. Al punto che, quando il songwriter irlandese nel 2012 suonò a Firenze, dalla città delle mura partì una comitiva nutrita, e al punto che, probabilmente, se andassimo ad analizzare i dati di vendita dei dischi di Hansard, quel negozio di piazza Napoleone rappresenterebbe un caso unico in Italia per la quantità di vinili e cd piazzati nel corso degli anni. Lo Sky Stone tra poco festeggerà i vent’anni di attività, e René da un po’ di tempo aveva cominciato a cullare e raccontare un sogno quasi proibito: portare Glen Hansard a Lucca per un concerto dedicato a questa ricorrenza. Aveva pensato alla ricerca di sponsor, ripeteva ai tanti amici che passano di lì che presto avrebbe provato a contattare il cantante, e che era convinto di potercela fare. Qualcuno ci credeva, altri non lo contraddicevano. Poi succede l’imprevedibile, e cioè che una sera in cui in piazza c’è il concerto di Nile Rodgers, con il negozio aperto, lì davanti, a tre metri dalla vetrina, incuriosito da qualche vinile in bella mostra, si ferma proprio lui: Glen Hansard. Carla, la moglie di René non crede ai propri occhi: il placcaggio è immediato, pochi istanti dopo l’oggetto del desiderio è in negozio: i fan si fanno le foto con lui, arrivano i primi autografi sui dischi, e scatta subito una simpatia reciproca con René, che però non ha il coraggio di svelargli il suo sogno. Lo fa all’una e mezzo, quando Glen si sbraccia per chiamarlo dal dehors di un bar, dove sta bevendo la birra della staffa insieme alla famiglia, con cui è in vacanza a Lucca. “Vorrei tanto organizzare un tuo concerto, cercheremo i soldi, lasciaci un contatto…”. Bassani non fa in tempo a finire che si sente rispondere: “Ma perché? Lo faccio volentieri, gratis, dopodomani”. Da qui in poi i protagonisti della vicenda vivono per un giorno e mezzo in una specie di limbo di semi-incoscienza, cercano una location (e trovano uno splendido fondo in centro, una vecchia tipografia diventata atelier di pittori lucchesi), si procurano un pianoforte, e si danno continuamente pizzicotti sulle guance per essere sicuri di non sognare. Hansard torna in negozio il giorno dopo, e riferisce che, se a loro (che si aspettano quattro o cinque pezzi) va bene, farà un set di 90 minuti, e che se non è un problema porterebbe la mamma, il fratello, la fidanzata e qualche amico. Sette-otto persone in tutto. “Va bene Glen, porta pure chi vuoi”.

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Così ci ritroviamo, giovedì 17 luglio 2014, in una sessantina di amici, a sederci sulle assi di legno appoggiate ai bidoni di tinta, in una cornice perfetta per quello che succederà. Alle pareti ci sono i quadri dei pittori e i manifesti d’epoca della tipografia, fuori lo splendore dei Fossi e della chiesa di San Francesco, vicino alle mura. Glen Hansard arriva poco prima delle 22, si scusa per i venti minuti di ritardo e si siede davanti al microfono. Ad accordare la chitarra e sistemarsi ci mette trenta secondi, poi si guarda attorno ed esclama: “Che posto meraviglioso per suonarci”. Parte con “Love, don’t leave me waiting”, ed è il solito tsunami di vitalità, struggimento, entusiasmo, con l’ugola che dopo due strofe di riscaldamento esplode e fa saltare la gente sulle panche. Hansard resta lì per più dell’ora e mezzo promessa, perché dopo aver annunciato la chiusura (come a Firenze) con “Passing trough” di Leonard Cohen, non resiste al coretto “One more tune, one more tune”. Poco prima, quando gli avevano passato una bottiglia di whisky irlandese aveva sorriso dicendo: “Se mi date questa roba ci aspetta una lunghissima notte”. In mezzo c’è di tutto: battute, dialogo con il pubblico, un paio di inediti (“Questa la stavo scrivendo stamattina in albergo, quindi ho bisogno di leggerla”). A lui si unisce un’amica, e perfino la mamma esegue un pezzo a cappella. Nella penombra dello stanzone risuonano tra le altre “Say it to me now”, “Bird of sorrow”, “Lies”, “In these arms”, “Her mercy”, “Revelate”, il traditional “Spencer the Rover”. Arriva una richiesta e parte “Drive all night” di Bruce Springsteen, con il pubblico a fare il controcanto, poco prima del tripudio finale. Dopo l’ultima canzone, Glen resta lì per quasi un’altra ora, firmando autografi, stringendo mani, bevendo vino rosso e continuando a ringraziare tutti per l’opportunità. “Per me suonare è un’abitudine troppo forte – spiega – volevo riposarmi in Italia, ma in mezzo a due settimane di relax, trovare il modo per cantare tra amici è una benedizione”. Quando me ne vado, a mezzanotte e mezzo, Hansard è ancora in strada, davanti all’atelier, che parla della storia d’Italia, delle chiese di Barga e degli Lp che il giorno dopo vorrebbe comprare. Lo saluto, e mi dice per la terza volta: “Mi dispiace che per venire a sentirmi ti sei perso gli eels, avrei potuto almeno suonarti un loro pezzo”. Va bene così, Glen.

Lorenzo Mei

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