Sempre più filosofo e sempre meno rockstar, almeno nel senso convenzionale del termine. Dave Grohl, prossimo - coi Foo Fighters - a tornare in pista, il prossimo autunno, con un nuovo album, ideale successero di "Wasting light" del 2011, dopo l'apertura ai live show organizzati via iniziativa popolare, ha voluto esprimersi anche in merito a quella che è la croce di ogni artista di alto livello: la routine discografica.
Intercettato dai cronisti di Billboard a margine della presentazione della serie televisiva - targata HBO - "Foo Fighters: sonic highways", il cantante e polistrumentista ha chiarito quale fosse lo spirito alla base del suo nuovo progetto discografico: "Avremmo potuto andare in studio, registrare un disco, poi partire per il tour e vendere un sacco di t-shirt", ha spiegato l'ex batterista dei Nirvana, "Ma il punto fondamentale sta nel reinventare il processo che sta dietro al nostro lavoro". Ecco la ragione, quindi, delle session nomadi in otto studi differenti - raccontate appunto nel documentario a puntate - sparsi ai quattro angoli degli Stati Uniti.
"Luoghi del genere sono stregati", ha assicurato lui: "Per quanto mi riguarda, per me sono come chiese e monumenti. La storia è stata fatta in posti così, in questo paese".
Il pellegrinaggio alla volta delle storiche sale di ripresa a stelle e strisce ha portato i Foo Fighters a organizzare session a Austin, Chicago, Los Angeles, Nashville, nel Tennessee, a New Orleans, Seattle, Washington e New York: in veste di ospiti, durante le sedute di registrazione, sono intervenuti tra gli altri Buddy Guy, Dolly Parton, Chuck D, Gibby Haynes, Allen Toussaint e Gary Clark Jr.