System Of A Down, i mal di pancia di John Dolmayan: 'Noi come gli Eagles'

System Of A Down, i mal di pancia di John Dolmayan: 'Noi come gli Eagles'

Situazione strana, quella dei System Of A Down: riconosciuti universalmente come una delle realtà alt-metal più importanti degli ultimi anni, la formazione losangelina da quasi un decennio a questa parte sembra ingabbiata in una maledizione che la preserva sì dallo scioglimento, ma che le impedisce di muovere - discograficamente parlando - anche un solo passo. Perché dopo la doppia uscita del 2005, "Mezmerize" e "Hypnotize", la formazione californiana - ma di origini armene - di album ai mercati non ne ha più consegnati. E nemmeno la reunion del 2010, sfociata in una lunga serie di appuntamenti dal vivo che ha fatto sperare i più in un - seppur lento - rimettersi in moto della macchina, è servita a risolvere la situazione.

Come se non bastasse, il clima all'interno del gruppo sembra farsi via via sempre più teso. Giusto un anno fa fu il bassista Shavo Odadjian a puntare pubblicamente i dito contro il frontman, Serj Tankian, accusandolo di essere l'unico a rema contro un ritorno in studio: la boutade - via social - fu seguita da una smentita dal tono istituzionale, che però servì a poco per mascherare il sentimento di frustrazione della band. Sentimento che oggi è riesploso nelle parole del batterista John Dolmayan, che in un'intervista a Loudwire ha espresso tutto il suo disappunto per una situazione di stallo ormai diventata cronica.

"Non sono affatto contento dello stato del gruppo, oggi come oggi", ha spiegato Dolmayan: "Credo sia da troppo tempo che non facciamo un disco, e la cosa peggiore è che questa cosa sia accolta con l'atteggiamento del 'va tutto bene'. Invece non va affatto bene. Credo che questo gruppo abbia ancora molti assi nella manica, che aspettano solo di essere giocati".

"Per quel che mi riguarda non ne faccio una questione di ego", ha precisato poi: "Io non scrivo canzoni, quindi non ho la preoccupazione di chi sarà a scriverle. Tutto quello che posso dire è che sono pronto. Datemi una tela, in modo che possa dipingerla: ecco qual è la mia prospettiva. Poi capisco che ai miei occhi tutto possa sembrare più facile: ci sono un mucchio di emozioni che entrano in gioco quando si è artisti e autori di canzoni, e quando si pensa di fare una cosa che non si fa più da molto tempo. Potreste dire: mettetevi a lavorare insieme. Siamo gente diversa, e l'ultima volta che siamo stati insieme in uno studio è stata nel 2005. Vi rendete conto? Il 2005. Nove anni fa. Stiamo diventando dei cazzo di Eagles, che ci mettono 15 anni per fare un disco nuovo".

La speranza che qualcosa succeda, però, resta: "Ci sono questioni personali che non abbiamo ancora affrontato, o - meglio - che avremmo potuto già affrontare ma che abbiano scelto di evitare per ragioni private delle quali non ho la libertà di parlare. Tutto quello che posso dire è che sono cose per certi versi positive".

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