Lasciamo da parte ogni forma di snobismo: il fenomeno One Direction lo si può capire solo se ci si immerge fino in fondo. E’ ingeneroso focalizzarsi sullo stereotipo della ragazzina pre-adolescente in lacrime: un film già visto, per chi è più grande. Tuttavia, gli One Direction rischiano di non essere il solito fenomeno passeggero: cinque ventenni della porta accanto messi assieme per caso nella versione britannica di X Factor, che però sanno cantare e hanno canzoni orecchiabili ma energiche e una consapevolezza della propria situazione che fa presa sulle più giovani e non spaventa le mamme.
Dal tour dei palazzetti andato esaurito nel 2013 la band è stata in grado di riempire due San Siro in meno di un’ora e l’Olimpico di Torino poche settimane dopo (le tre tappe in un paese sono un caso unico del Tour – UK escluso). Una corsa ai biglietti terminata il giorno stesso dello show, con l’emissione di tagliandi scontati a visione limitata per poter accontentare veramente tutti, compresi i portafogli dei genitori, per una volta risparmiati dall’assalto dei bagarini.
E proprio ai genitori arriva una strizzata d’occhio: a pochi minuti dall’ingresso della band sul palco per lo Stadio risuonano le note della Macarena, quasi a voler raccontare ai pazienti accompagnatori: “Sappiamo che siete qui, ogni generazione ha avuto le sue”. Spente le luci, le urla di decine di migliaia di ragazzine diventano un unico boato indistinguibile mentre i volti dei cinque ragazzi vengono impressi a rotazione sui due maxischermi. Fare un’analisi delle abilità canore degli One Direction (ad onor del vero finora sempre precisi in tal senso) diventa impossibile: il concerto è un enorme karaoke lungo due ore. Per questo aiuterà il DVD ripreso durante gli show milanesi, che uscirà a dicembre in tutto il mondo.
A differenza del Tour nei palazzetti del 2013, a questo giro c’è meno produzione e più intrattenimento, con gli 1D che si alternano senza particolare sforzo nel ruolo di conduttori del loro stesso varietà. Niall, Liam, Harry, Louis e Zayn non lesinano momenti di dialogo con il pubblico (dalla lettura dei tweet a battute sulla propria esperienza in Italia), aggiungendo alla parte d’intrattenimento una quota formativa e risultando perlomeno stimolanti allo studio dell’inglese negli anni delle superiori.
Il palco sembra un enorme set di X Factor perfino nei colori. La scenografia è tutta di maxischermi con effetti prospettici e sporadici fuochi d’artificio con conseguenti annebbiamenti di tutta l’arena, ma tant’è. Tra l’ottavo e il nono brano arriva anche una riuscita fan action, con tutti gli spettatori che alzano fogli di plastica colorati a formare un enorme striscione contenente la scritta “We are 1D family”. Effetto WOW raggiunto e nuove lacrime versate.
Lo show continua alternando i brani più conosciuti alle tracce del nuovo LP, ma questa volta nessuna cover (tre album in tre anni diventano un repertorio sufficientemente corposo). Lo stadio si accende sulle più conosciute, quelle che cantano anche le mamme e che tutti abbiamo sentito nei contesti più vari. Il pubblico acclama a gran voce il bis urlando “We love you” fino a quando i cinque tornano per ringraziare e regalare gli ultimi momenti di delirio. Il finale è con “Best Song Ever”, il brano scritto per l’uscita del loro film e a tutti gli effetti uno dei pezzi più amati.
Gli One Direction continuano così la loro strada per diventare una delle realtà più importanti del decennio nella musica pop. La chiave sarà probabilmente proprio quella freschezza cui hanno abituato il pubblico negli ultimi tre anni, mantenendo quel contatto amichevole ormai consuetudine nelle timeline di moltissimi. E finché si divertiranno loro, sarà divertente andare a vederli in concerto.
(Alessio Mancarella)