Fabio Santini dal ’79 all’89 ha lavorato con Gherardo Gentili a ‘Tv Sorrisi e canzoni’ e al mensile ‘Tutto’. Fabio ha scritto per noi un suo ricordo di questo padre del giornalismo musicale italiano.
E’ morto Gherardo Gentili, un amico, un maestro di giornalismo, un grande uomo. Era malato da tempo, ma la sua dipartita getta una sconforto indicibile nei nostri cuori. Non ci saranno funerali. Chi vuole porgergli un ultimo saluto può farlo con una visita a casa sua in via Magliocco a Milano, sabato 22 febbraio dalle 10 alle 11.30.
Con Gherardo ho lavorato gomito a gomito per 10 anni, a ‘Tv Sorrisi e Canzoni’ e a ‘Tutto Musica e Spettacolo’. Ero agli inizi di carriera. Scrivevo il pezzo e glielo facevo leggere. Non era prodigo di grandi complimenti, mi indicava errori e sbavature e diceva: il resto va bene. Se doveva bastonare, bastonava, poi sapeva gratificarti sempre con il riconoscimento del lavoro che una volta era un valore grande, una risorsa umana imprescindibile. Abbiamo vissuto il giornalismo musicale e di spettacolo come un’impresa, una grande avventura.
Quando ‘Tutto’ era un mensile a quattro facciate, le pagine grandi come quelle del vecchio ‘Espresso’, lo scrivevamo in due: lui e io. Monografie, dati, date. E curiosità. Mi diceva: alla gente devi dire perché Santana vuole nei camerini un cesto di mele prima di ogni concerto, come si chiama il ristorante del papà di Vittorio De Scalzi dei New Trolls. Mi incoraggiava e mi criticava quando doveva farlo. Lo faceva con quella dignità professionale e umana che era la cifra stilistica del suo carattere.
Diventò il direttore di ‘Tutto’ che nel frattempo era cresciuto ed era diventato un vero e proprio magazine della musica. Ricordo la riunione nell’ufficio del mega direttore editoriale Gigi Vesigna, il menabò. “Gherardo" – gli chiedevo - "quanti pezzi devo scrivere?”. Magari capitava che ne facessi tre o quattro. “Non usare lo pseudonimo – mi consigliava - piuttosto metti le iniziali. Il pezzo riflette il carattere di chi lo scrive”. Obbedivo. Gli fornivo dati tecnici e qualche anteprima. Sapeva sempre come farli diventare giornalismo, cioè metodo di comunicazione universale.
Nonostante la direzione di ‘Tutto’ gli occupasse l’intera giornata, continuò a collaborare con ‘Sorrisi’. Scriveva recensioni discografiche. Erano brevi e incisive. E il dettaglio critico non era mai per pochi intimi.
A modo suo era un gran personaggio. La porta da direttore era sempre aperta. Arrivava prima delle 8 e mezzo del mattino. La chiudeva verso le 9 e mezzo di sera. C’era un via vai di giovani e giovanissimi che volevano avvicinarsi al giornalismo scritto e grafico. O di artisti alle prime armi che gli portavano provini musicali. Lui aveva una buona parola per tutti, li ascoltava, gli dava consigli e li invitava a tornare a trovarlo. E’ stato testimone dei primi passi di chi nel mondo della musica avrebbe lasciato un’impronta.
Era curioso come un giornalista deve essere. Mai pruriginoso. Gli piaceva quando gli raccontavo il mondo delle radio in FM, dei disc-jockey o i vezzi delle rockstar. Ascoltava e prendeva appunti, giorno per giorno. Se quei quaderni ci sono ancora, sono uno scrigno per chi volesse riscrivere il mondo del pop italiano degli ultimi 30/40 anni da un’angolazione diversa, curiosa. Sulla scrivania un tripudio di caramelle e cioccolatini di ogni gusto. Nel porgerteli ti raccontava la storia della ditta produttrice. O si dilungava nello snocciolarti dettagli sulla lavorazione della cioccolata. Per lui anche il pettegolezzo era fonte di conoscenza giornalistica pura, non maldicenza o, peggio, amplificazione iperbolica della verità. Sapeva tutto di tutti: storie del privato e dietro le quinte del pubblico.
Aveva un hobby che coltivava con certosina dedizione: il nuoto. Nella pausa pranzo, andava alla ‘Piscina Cozzi’ di Viale Tunisia, tempio del nuoto milanese. Ed erano 80-100 vasche. Il suo amico più caro, Aronne Anghileri, non a caso era la firma del nuoto della Gazzetta dello Sport.
A un certo punto, ho incominciato a camminare con le mie gambe. Le nostre strade si sono divise. Ma ovunque io abbia lavorato, gli telefonavo e gli chiedevo consigli e un aiuto pratico. Era un signore nel vero senso della parola. Di quelli che oggi in giro ce n’è sempre di meno o forse non ce ne sono più. Ha vissuto oltre 92 anni, “ sono di famiglia longeva” amava ripetere. “Pensa che mio fratello a 85 anni andava sul tetto a riparare l’antenna della tv…”. Negli ultimi tempi si dedicava a scrivere libri. In uno di questi riflette su se stesso: “Delle volte mi chiedo chi sia io”. Se stavolta posso darti io una risposta, Gherardo, te lo dico io: un grande
Fabio Santini