St. Vincent: 'Ho visto la gente ballare ai concerti, così è nato il nuovo disco'

St. Vincent: 'Ho visto la gente ballare ai concerti, così è nato il nuovo disco'

Nel music business è consuetudine intitolare con il proprio nome il primo album. Non il quarto, a meno che si tratti di un'opera talmente personale da segnare in qualche modo un nuovo inizio, un capitolo inedito. Proprio quel che sembra essere successo ad Annie Clark, in arte St.Vincent, poliedrica e originale cantautrice/musicista che a trentun'anni (e con una nuova immagine suggerita da una delle tante trasformazioni camaleontiche di David Bowie) sembra sempre più sicura di sé e avviata su un sentiero decisamente personale.

"Stavo leggendo l'autobiografia di Miles Davis, e a un certo punto lui dice che la cosa più difficile per un musicista è suonare come se stessi. Ecco, è andata proprio così: sento di avere trovato, stavolta, un suono che mi rappresenta in pieno. Di avere fatto un disco che non assomiglia a quello di nessun altro", racconta al telefono a proposito del disco che esce in Italia martedì prossimo, 25 febbraio. Un album curioso e stimolante, schiavo del ritmo (di piatti e tamburi si sono occupati Homer Steinweiss dei Dap-Kings e McKenzie Smith dei Midlake), infarcito di pop elettronico e futurista in cui chitarre elettriche suonano come sintetizzatori e viceversa, che inizia con un richiamo alla natura ("Rattlesnake" racconta di un incontro vero, ravvicinato e terrorizzante con un serpente a sonagli, mentre Annie correva nuda nel deserto del Texas) per poi declinare verso il surreale ("Huey Newton" parla invece di un tu per tu immaginario con lo scomparso leader delle Pantere Nere, effetto delle allucinazioni indotte da un sedativo). .

Guarda avanti St. Vincent, con questo disco, eppure in "Digital witness" sembra preoccupata da certe derive di Internet e dei social network, tanto da chiedere al Ventunesimo secolo un momento di "time out". "Preoccupata? No, non particolarmente. Non più di quanto lo fosse la gente che viveva su questo pianeta un centinaio di anni fa. Tutto sommato viviamo in un mondo più civile, abbiamo fatto progressi in campo scientifico e non solo. Meglio vivere ora che nel Medioevo. Ma sono incuriosita da come le nostre identità digitali stiano condizionando le nostre identità reali, dal modo in cui ci comportiamo sapendo di essere continuamente osservati sul Web. E' una situazione che in qualche modo ci impedisce di essere più naturali, spingendoci a cercare di apparire più sexy e più cool di quello che in realtà siamo". Eppure, il video della canzone diretto da Chino Moya dipinge una società disumanizzata e totalitaria in cui le città sono vuote e le persone appaiono come automi vestiti tutti allo stesso modo...



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"Ogni fase della storia umana ha le sue sfide e i suoi ostacoli da affrontare e non credo che la nostra epoca sia più critica o difficile di altre", ribadisce Annie. "Di sicuro l'uomo è abituato a sperimentare da sempre esperienze bizzarre e particolari. A me interessa e piace analizzare cosa succede in questo momento storico e cercare di trovarci un senso rappresentandolo nel modo più onesto possibile".

L'arrangiamento fiatistico (vero? sintetico?) della canzone rammenta quelli che caratterizzavano "Love this giant", il disco che nel 2012 St. Vincent aveva inciso in coppia con David Byrne . Effetto voluto o inconsapevole? "Se dai un'occhiata al mio back catalog ritrovi altri esempi di quel modo di scrivere. Un pezzo come 'Marrow', ad esempio (da "Actor", 2009) aveva un approccio simile. L'influenza di 'Love this giant', credo, si fa sentire non tanto nella scrittura dei pezzi quanto nel feeling, nello stato d'animo generale del disco. Dopo avere completato il tour con David ho cominciato a scrivere le canzoni di questo disco quasi immediatamente. Suonando con lui ho visto come il pubblico reagiva a quegli show così vitali e gioiosi, e mi sono subito detta che avrei voluto conservare quel genere di energia danzabile in ciò che avrei fatto dopo, nel mio nuovo progetto solista".

E' nato così quello che St.

Vincent stessa ha definito "un disco da party ascoltabile anche a un funerale". Bella definizione. "Ci tenevo a fare un disco che si potesse ballare, oltre che ascoltare, ma volevo anche che avesse un peso e una sostanza emotiva", precisa. Ecco allora le aperture melodiche di "Prince Johnny" e "I prefer your love", una ballata commovente dedicata alla madre ripresasi da una grave malattia. Un brano che, per intensità, può ricordare la versione che di "Nothing compares 2 U" di Prince fece Sinead O'Connor ai tempi del suo massimo successo commerciale. Annie si mostra lusingata dal paragone: "Credo sia una delle canzoni più belle che siano state scritte negli ultimi trent'anni, sono onorata se qualcuno pensa che il mio pezzo possa inserirsi in quel solco". .



Molto più spiazzante il primo singolo "Birth in reverse", con quella strofa iniziale ("Che giornata ordinaria/Portar fuori la spazzatura/Masturbarsi") non proprio nello stile di quel che ci aspetterebbe da un pezzo destinato alle radio..."Forse no", ride Annie, "ma la mia intenzione in quel caso era di esplorare gli aspetti mondani e ordinari dell'esistenza. Probabilmente quello è il modo in cui molte persone cominciano la loro giornata. Mi piaceva l'idea di presentare la sessualità in un modo tutt'altro che erotico, un comportamento meccanico simile a un lavoro domestico tedioso e poco divertente. Anche quello fa parte dell'esperienza umana. Non c'è solo romanticismo e fantasia nelle nostre vite, no?"

(Alfredo Marziano)
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