Giacomo Maiolini (Time): 'Dopo 30 anni l'adrenalina mi tiene ancora sveglio'

Giacomo Maiolini (Time): 'Dopo 30 anni l'adrenalina mi tiene ancora sveglio'

Giacomo Maiolini è nato a Pedrocca, in provincia di Brescia, l'8 marzo del 1963. Da trent'anni è alla guida della Time, casa discografica indipendente che ha cavalcato con grande successo l'onda italo-house degli anni Novanta, portato quattro singoli al numero uno in Inghilterra ("Dont' stop" e "Boom boom boom" degli Outhere Brothers, "Feel it" di The Tamperer featuring Maya e "You see the trouble with me" dei Black Legend) e modificato brillantemente il suo assetto nel nuovo millennio con un mix di produzioni proprie ("Destination Calabria" di Alex Gaudino, partner nella gestione dell'etichetta Rise), licenze internazionali e aperture progressive al pop. Per celebrare l'anniversario Maiolini ha commissionato allo scultore Stefano Bombardieri la realizzazione di un'opera ispirata al logo Time ideato da Patrizio Squeglia e preparato un calendario di iniziative che, da qui a ottobre, comprendono contest per produttori e remixer, eventi in piazza a Brescia e pubblicazioni discografiche speciali.

Quando hai inaugurato la Time avevi appena ventun'anni. Hai cominciato presto...

Tutto nacque dalla mia forte passione per la musica da discoteca. Ero un frequentatore assiduo di locali, ma invece di andare in pista a ballare io mi avvicinavo al dj per chiedergli i titoli dei dischi. Prendevo nota e poi andavo nei negozi a comprarmeli: andavo matto per pezzi come "Megatron man" di Patrick Cowley. Quando ho cominciato ad ascoltare le prime produzioni italiane mi è venuta voglia di provare a farmelo io, un disco. Il primo è stato un flop, anzi un'opera incompiuta perché non è mai uscito. L'avevo fatto insieme a Gianfranco Bortolotti della Media, che si era dato da fare per mettermi a disposizione uno studio di registrazione. Dopo un anno cedetti il master alla Zanza Records e la storia, per me, fini lì. Sempre con Bortolotti produssi "Let me trouble" di Deborah Haslam, ma a quei tempi la Time non esisteva ancora. La folgorazione mi venne in estate, fuori dalla discoteca Number One: volevo creare la mia etichetta discografica ma ero inconsciente e non sapevo neanche di cosa stessi parlando. Il primo disco della Time, nell'ottobre del 1984, fu "Funny dancer" di Atrium.

I primi successi però arrivarono in Giappone, con l'hi-nrg e l'eurobeat.

Sì, "Fly to me" di Aleph fu il primo disco dance italiano licenziato in Giappone. Lì le mie produzioni piacevano molto e ci attrezzammo allestendo una vera e propria fabbrica. Una catena di montaggio con dieci studi di registrazione che lavoravano solo per il mercato nipponico. Tant'è che quando verso la fine degli anni '80 ci fu il boom della house dovetti aprire un'etichetta apposta, la Italian Style, affidandola a persone completamente diverse: chi lavorava sulle produzioni giapponesi non era in grado di lavorare sulla house e viceversa.

Negli anni '90 Brescia diventò sinonimo della italo-house. Per quale motivo?

Non ne ho proprio idea. Ma Brescia, in effetti, era allora un centro di produzione davvero importante. Nei nostri studi e in quelli della Media arrivava ogni giorno gente da tutto il mondo. Ho sempre voluto rimanere nella mia città, dove avevo gli studi e lo staff, aprendo una base operativa a Milano. Ero io a spostarmi, a raccogliere informazioni su quel che accadeva nella capitale del music business e a trasmetterle al mio ufficio.

A un certo punto voi, e alcuni vostri colleghi, siete anche riusciti a sconfiggere un tabù scalando le classifiche inglesi.





Il fatto è che a quei tempi, in Italia, c'era una creatività che oggi purtroppo è venuta a mancare. E c'era, per la dance, un programma radio di riferimento come il Deejay Time di Albertino.

Albertino era un po' come Pete Tong in Inghilterra. Quando passava un pezzo, nelle case discografiche si stappavano bottiglie di champagne...

Era nato un mondo nuovo, una cosa irripetibile. Se lui passava un disco, quello cominciava a vendere. Oggi succede solo se lo passano tutte le radio, e a dire il vero non è detto che l'airplay si traduca in risultati commerciali. Negli anni '90 un successo si ascoltava in discoteca come in radio. E' un po' quello che succede adesso in Olanda. Lì le etichette producono ancora dischi dance perché le radio più importanti li passano e la gente li compra. Venendo a mancare quel supporto i produttori da noi hanno finito per perdersi, e non c'è stato neanche un ricambio generazionale.

E' un fenomeno ciclico?

Me lo auguro, ma a oggi non vedo il minimo segnale di ripresa.

E la EDM, di cui tutti oggi parlano?

Io credo che da qui a quest'estate cambierà qualcosa perché non se ne può più. Un tempo, quando si apriva un filone, erano diversi i dischi che avevano successo. Adesso ci sono milioni di produzioni di quel genere ma quelle che si impongono sono pochissime.

Allora si vendevano anche compilation come se piovesse.

Sì, fino al 2004-2005. Abbiamo aperto quella strada quando ho avuto l'intuizione di andare da Claudio Cecchetto proponendogli di fare la compilation della Deejay Parade. Che allora era la classifica più seguita in Italia, legata al programma che Albertino conduceva ogni sabato pomeriggio alle due. Dopo cinque volumi dovemmo interrompere: Cecchetto se n'era andato per incomprensioni con il Gruppo L'Espresso e aveva fondato Radio Capital. Il primo volume aveva venduto 80 mila copie, col quinto eravamo arrivati a trecentomila: un incremento costante.

A un certo punto la Time ha svoltato verso il pop.

L'ho fatto quando mi sono accorto che la musica dance cominciava ad andare in crisi e i produttori italiani cominciavano a non avere più idee. In realtà noi avevamo sempre operato da vera e propria casa discografica, a 360 gradi, usando produttori interni, acquisendo produzioni esterne e licenze, realizzando compilation. I successi dance ormai sono pochi, due o tre all'anno: noi abbiamo avuto la fortuna di trovare pezzi come "We no speak americano", che ci aveva mandato il nostro partner australiano, e "Danza Kuduro". I sistemi per trovare i potenziali successi sono cambiati. Nessuno ti manda più niente, devi cercarteli da te spulciando le classifiche e guardando YouTube. Abbiamo sempre una finestra aperta sul mondo: e dobbiamo essere veloci, perché nel mondo a farla da padroni sono le multinazionali.

Con le produzioni pop internazionali vi è andata bene: Caro Emerald, Brooke Fraser, Oceana con la sigla degli Europei di calcio, Imany.

Tutti nomi che ci hanno dato delle grosse soddisfazioni. Anche alla Emerald siamo arrivati attraverso Internet: il produttore olandese non era attrezzato, non aveva neppure una persona che si occupasse dell'internazionale: abbiamo dovuto aspettare tre mesi prima che fosse pronto. Il cd di Imany, invece, ce l'avevo in macchina da due anni: io me ne ero innamorato, ma aveva un beat molto lento e pensavo che i tempi fossero prematuri. Poi, al Midem dell'anno scorso, ho pensato che era arrivato il momento di prenderlo in licenza. Ero convinto che di estate avrebbe funzionato: ho avuto fortuna, non sono un chiaroveggente.





E il pop italiano?

A quello pensano eventualmente i miei collaboratori. Non pongo dei veti, e se credono in un progetto gli dò carta bianca. Ma a me la musica italiana non piace, non la ascolto e non sono in grado di dare un giudizio su un disco cantato nella nostra lingua. Di qualunque genere sia.

Giocando d'anticipo e rischiando, a volte si prendono anche delle fregature: ho letto che per assicurarti "Alingo" dei nigeriani P-Square hai pagato un anticipo a quelli che si sono rivelati essere dei truffatori.

Già. Avevamo contattato il duo via Facebook, e chi avrebbe mai pensato che quello fosse un profilo piratato? Gli ho versato cinquemila euro, se non ricordo male, ma l'accordo non si chiudeva mai. A un certo punto, tramite conoscenti che hanno dei parenti in Nigeria abbiamo scoperto come stavano realmente le cose. Per fortuna, in trent'anni, questo è stato l'unico episodio del genere.

Il best seller assoluto della Time nel mondo?

"Dragostea din tei" degli O-Zone, dieci milioni di singoli e due milioni di album. Quattro milioni di singoli e due di album solo in Giappone. Quasi tutte copie "fisiche", perché il digitale, nel 2004, era appena agli inizi. E' un risultato di cui vado orgoglioso, anche perché in ufficio tutti mi avevano dato del matto. Il discografico italiano Giancarlo Meo mi aveva chiesto un remix della versione di Haiducii. Quel disco mi faceva impazzire ed ero convinto che si trattasse della versione originale, non di una cover. Meo mi affidò l'incarico di trattarlo all'estero, ma una volta arrivato al Midem me lo revocò. Lì venni a sapere che il brano originale era un altro: prenderlo, in quel momento, diventò la priorità della mia vita. Fortuna volle che ci fosse un album già pronto, dei video e tanti altri elementi che si incastrarono perfettamente tra di loro. Un altro caso fortunato è stato quello di The Tamperer, che era in mano alla Dig It. L'etichetta però aveva cominciato ad avere delle difficoltà e il produttore Giuliano Saglia aveva incassato un rifiuto dal partner francese. Demoralizzato, venne a proporlo a noi. Ci impegnammo a ottenere le liberatorie ("Feel it" conteva un campione di "Can you feel it" dei Jacksons, già Jackson 5, e citava il testo di un altro brano americano, "Drop a house" degli Urban Discharge) e il pezzo diventò un successo internazionale. Sbagli ne facciamo tutti, ma non mi è mai successo di dire di no a un successo internazionale da cui sarebbe potuto dipendere il mio fatturato annuale.



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Quante volte hanno bussato alla tua porta le major?

Più volte. Ma a me piace troppo decidere della mia vita.

E se arrivasse un'offerta che non si può rifiutare?

Dipende. "Comprare" le capacità di una persona per poi porle dei limiti non serve a niente. Dovrei avere la garanzia di continuare a fare le cose in autonomia e di testa mia.

Ti diverti ancora come una volta?

Meno, perché oggi ci sono meno dischi di successo. Ci sono pause più lunghe, e questo mi annoia un po'. Ma ancora adesso se sento un disco "forte" non dormo la notte e mi sale l'adrenalina.

(Alfredo Marziano)

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