Pat Metheny: 'La mia musica è complessa, non sta dentro a un tweet'

Pat Metheny: 'La mia musica è complessa, non sta dentro a un tweet'

"Dal bianco e nero al technicolor", dal debutto omonimo del 2012 a "Kin (<- ->)" in uscita il 4 febbraio. Il nuovo album della Unity Band di Pat Metheny è un disco policromo e avventuroso, molto "scritto" e poco improvvisato, incline ad orchestrazioni complesse che si esprimono sulla lunga distanza. "Dopo cento concerti ci siamo ritrovati a voler ancora andare avanti. L'idea di dover smettere ci metteva tristezza", premette il chitarrista e bandleader del Missouri, 59 anni portati benissimo, spiegando l'origine di questo secondo atto. "La sfida consisteva nel decidere che direzione prendere. La mia sensazione era che la band avesse un tale potenziale da poter fare qualsiasi cosa, il mio desiderio era di mettere sotto un unico tetto tutte le esperienze musicali che avevo fatto negli ultimi anni". Mancava solo una tessera, per completare il mosaico: e così la Unity Band si è evoluta da quartetto in quintetto, e accanto a Metheny, al sassofonista Chris Potter, al bassista Ben Williams e al batterista Antonio Sanchez c'è ora un italiano, il trentaduenne compositore e multistrumentista toscano Giulio Carmassi. Un ragazzo delle meraviglie che Metheny definisce "un musicista davvero unico nel suo genere. Non avevo mai sentito nessuno suonare come lui. Un nostro amico comune, il bassista Will Lee, un giorno mi ha chiamato raccontandomi che Giulio era venuto a un paio di miei concerti e che avrebbe tanto desiderato incontrarmi. In molte delle mie band hanno trovato posto musicisti ausiliari capaci di suonare un po' di tutto, e credo che lui abbia immaginato di essere la persona giusta per un ruolo del genere. Aveva ragione. Si è aggiunto al quartetto come una specie di wild card ed è come se le porte del nostro suono si fossero improvvisamente aperte. A parte tutto il resto, Giulio è un pianista eccellente. Non esattamente un improvvisatore, e anche se è bravo negli assolo non è quella la sua qualità principale: è un ottimo musicista che sa fare un sacco di cose diverse. Proprio quello che cercavo, dal momento che con Chris in formazione non avevo bisogno di un altro solista. E' anche grazie a lui che mi sono sentito stimolato ad allargare i confini della mia ispirazione".

Anche per questo, "Kin (<- ->)" ha richiesto più sforzo del suo predecessore. "Il primo disco", ricorda Metheny, "lo avevamo registrato in due giorni. Per questo ci sono volute due settimane. E' stato molto più complesso da realizzare: i brani sono complicati, le ritmiche contorte, i pezzi raggiungono i quindici o venti minuti, forme e dinamiche sono molto più elaborate. E' come un film di Spielberg, mentre quello di prima era un documentario. I musicisti hanno faticato di più per imparare i brani, ma è stato molto interessante lavorare con lo stesso gruppo in due contesti così diversi. Uno immediato e spontaneo, l'altro molto più studiato. Anche il titolo, 'Kin (<- ->)', va in quella direzione. E' una bella parola che significa famiglia, appartenenza, relazioni. Avevo in testa quel simbolo grafico, l'ho scarabocchiato su un foglio e l'ho proposto al grafico che doveva realizzare la copertina. Kin è un concetto che ti porta a pensare agli antenati, al retaggio, all'eredità. Ma io volevo includervi anche una dimensione rivolta al futuro, all'espansione della musica".

Una musica così strutturata e disciplinata sacrifica l'improvvisazione e la libertà esecutiva dei musicisti? Metheny, loquace e paziente, si lancia in un'analisi approfondita: "Ovvio che quando esegui una musica dalle forti componenti compositive la tua libertà si riduca: un interprete di musica classica non ha le stesse possibilità di un sassofonista free jazz. Ma vorrei smentire una certa mitologia che circonda l'idea di improvvisazione. Ho assistito a diversi spettacoli dell'Art Ensemble of Chicago, l'emblema del free, che sera dopo sera ricorreva agli stessi schemi e accorgimenti. E ho sentito Stan Getz eseguire ripetutamente gli stessi standard cambiando totalmente i suoi assoli. Nessuno, neanche John Coltrane o Charlie Parker, si reinventava completamente a ogni performance...Il nostro prossimo tour sarà lunghissimo e impegnativo, circa duecento concerti (dal 14 al 22 giugno la Unity Band sarà in Italia per festival e spettacoli teatrali, suonando a Udine, Tortona, Fiesole, Roma, Avellino, Bari, San Marino e all'Anfiteatro del Vittoriale di Gardone Riviera), dovremo per forza darci una disciplina. Ma se fai le cose per bene le due componenti, struttura e improvvisazione, si amplificano a vicenda. Si tratta di affidare ai musicisti un tema, un canovaccio, e in quell'ambito di lasciargli carta bianca. Se qualcuno si fa prendere dall'entusiamo e va fuori tema, lo fermo. Le restrizioni ci sono sempre, e sono salutari: io stesso, quando lavoro su progetti altrui, amo avere dei limiti e dei temi a cui attenermi. Di una cosa del genere, con i miei musicisti, non c'è neppure bisogno di parlarne. Chris lo capisce benissimo, essendo un compositore. E anche Antonio è un musicista molto evoluto. Ci comprendiamo al volo, e quando suoni con musicisti di questo livello sono loro stessi a sottolineare sfumature della composizione di cui non eri nemmeno consapevole. Il motivo, il tema del brano, diventa un trampolino da cui lanciarsi: più energia ci metti, più in alto rimbalzi. Ogni musicista, sul palco, cerca l'incrocio magico tra il suo desiderio di raccontare una storia e le variabili di quel momento specifico: l'ambiente, il repertorio, l'acustica della sala, la reazione del pubblico".

Punto critico, quest'ultimo: in passato lo stesso Metheny non ha nascosto la sua insofferenza per l'uso sempre più frequente di telefonini e flash durante le performance. "Il fatto", spiega il chitarrista, "è che io appartengo a un'altra generazione...Mi rendo conto che il mio è un atteggiamento minoritario e che le mie reazioni sono basate su un tipo di cultura che sta scomparendo. Devo accettare la situazione per quello che è, ma mentre suono, improvviso e sto dando tutto me stesso percepire segnali di disattenzione da parte del pubblico è un po' come parlare con qualcuno che invece di guardarti negli occhi si volta da un'altra parte. La mia reazione tipica, a quel punto, consiste nel cominciare a semplificare il discorso musicale e a tagliar corto, convinto che quello che sto facendo non interessi abbastanza. Ma non è quello il mio mestiere: se mi piacessero le cose semplici mi sarei messo a fare il musicista pop. Non sono un musicista da 140 caratteri, io. Non sono in grado di sintetizzare le mie idee musicali in un tweet anche se mi rendo conto che nella cultura di oggi il mio è un atteggiamento un po' suicida. Comunque sono abbastanza vecchio da avere capito che alla fine la buona musica vince sempre".

Dunque l'entusiasmo non è venuto meno... "Per ora no. Sono convinto che il 2014 sarà un anno fantastico, e il tour molto divertente. Quel che apprezzo, della Unity Band, è che tutti suonano sempre al 100 per cento delle loro possibilità. Non sono mai riuscito a impegnarmi a metà: affronto ogni concerto come se fosse l'ultimo. L'unica incognita è Giulio, che non ha mai nemmeno lontanamente affrontato un'esperienza del genere in passato, impegnativa anche per il fisico. E' un po' come prendere un buon giocatore da una squadra di provincia e farlo esordire in nazionale... ma lui mi ha assicurato di essere pronto e motivato, e mi fido della sua parola. So che questa band è un bel cocktail di personalità, un gruppo di musicisti seri e concentrati di buon carattere e dall'atteggiamento molto rilassato. A casa ho tre bambini piccoli e la mia tolleranza nei confronti dei capricci degli adulti è pari a zero. Ma con questo gruppo non è un problema, non c'è dramma e per me questa è la situazione perfetta".

Un'esperienza molto diversa, si immagina, da quella vissuta da un giovane Metheny quando a fine anni '70 si trovò a suonare in una stellare band assemblata da Joni Mitchell per il tour che diede vita al live "Shadows and light", accanto a gente come Jaco Pastorius, Michael Brecker e Don Alias. "Eccome", sogghigna Pat lanciando gli occhi al cielo. "Lì il dramma era ai massimi livelli, in tutti i reparti" (complici l'uso di droghe e complicazioni sentimentali). "E in realtà il momento migliore del concerto era quando Joni si esibiva da sola con la sua chitarra. Lei non aveva bisogno di quella band e onestamente non credo neppure che sapesse bene cosa stessimo facendo".

Ognuno resti fedele alla sua natura, sembra suggerire Metheny. "Anch'io ho le mie preferenze in termini di accordi, di strutture e movimenti musicali, e non mi pongo il problema di tenermene a distanza", spiega. "E' questo che mi rende riconoscibile: è una cosa che assecondo, invece di combatterla. Ecco perché apprezzo musicisti come Astor Piazzolla, un artista con un suo linguaggio e un suo mondo all'interno del quale esistono un'infinità di sfumature e di possibilità". E' quello, probabilmente, anche il suo punto di forza: in un campo, come quello del jazz, che alla chitarra ha tutto sommato riservato sempre un ruolo marginale proprio lui, Metheny, può ora fregiarsi della compagnia illustre di Django Reinhardt, Charlie Christian e Wes Montgomery nella Hall of Fame della rivista Downbeat. "La chitarra", spiega, "è uno strumento difficile da usare nel contesto del jazz: ha una gamma dinamica limitata rispetto a quella di un sassofono o di un pianoforte, diventa difficile trovare una modalità di espressione. I chitarristi che sono stati in grado di distinguersi nel campo del jazz sono quasi sempre quelli che hanno saputo portare delle novità concettuali al di là delle possibilità stesse dello strumento. Tra i miei contemporanei Bill Frisell e John Scofield ne sono un esempio. Ovviamente sono tecnicamente preparati, ma quando pensi a loro più della loro abilità strumentale ti viene un mente un suono e uno stile immediatamente riconoscibile". Metheny non lo dice espressamente, ma è implicito che quella è la famiglia di musicisti a cui sente di appartenere.

(Alfredo Marziano)

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